Rolex

Rolex SA è una società svizzera (con sede a Ginevra) importante nella produzione di pregiati orologi da polso, nonché una delle più grandi aziende operanti nel settore dell’alta orologeria.Conta ventotto filiali nel mondo e un’organizzazione di 4.000 orologiai in cento Paesi, con incassi stimati per il 2010 intorno ai due miliardi di euro e una produzione annuale di orologi di circa 1.000.000 di pezzi. La Rolex è il maggior produttore di cronometri certificati costruiti in Svizzera; basti pensare che nel 2005 più della metà della produzione di orologi certificati COSC (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres) appartiene al gruppo. Il 3 maggio 2011 è stato annunciato il nuovo CEO del gruppo Rolex, il quinto da quando è stata fondata nel 1906, l’italiano Gian Riccardo Marini (precedentemente CEO di Rolex Italia), che prende il posto di Bruno Meier.

Storia

La Rolex SA venne fondata nel 1905 da Hans Wilsdorf e dal fratellastro Alfred Davis; pur essendo attualmente una delle maggiori imprese svizzere dell’orologeria, Wilsdorf era di nazionalità tedesca e la prima sede era a Londra. Wilsdorf & Davis fu il nome originario dato all’azienda, che in seguito divenne la Rolex Watch Company. Inizialmente si limitavano a importare in Inghilterra i meccanismi svizzeri prodotti da Hermann Aegler, che successivamente divenne socio, assemblandoli in lussuose casse create dalla firma Dennison e da altri gioiellieri dell’epoca che vendevano i primi orologi da polso personalizzandoli con il proprio marchio. I primi orologi prodotti dalla Wilsdorf & Davis erano marcati “W&D” (sigla visibile all’interno della cassa). Hans Wilsdorf registrò il marchio “Rolex” a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera nel 1908. Il significato di questo termine è sconosciuto, secondo alcuni (versione mai confermata da Wilsdorf) “Rolex” deriva dalla locuzionefrancese horlogerie exquise, che significa orologeria squisita. Altri riportano che il nome derivi dall’unione della parola Rolls-Royce, automobili di lusso amate da Alfred Davis, e Timex, grande produttore di orologi dell’epoca, per indicare appunto che la produzione sarebbe stata orientata a orologi “EX” di lusso “ROL” da cui ROLEX. Ad ogni modo, Wilsdorf voleva un nome facilmente pronunciabile in ogni lingua, immediato, facile da ricordare, ma anche che avesse stile, cioè non doveva essere troppo ingombrante sul quadrante e doveva dare la possibilità ai rivenditori inglesi (per i quali erano destinati inizialmente i primi modelli) di poter incidere il proprio nome al di sotto di Rolex.

La Wilsdorf & Davis si spostò in Gran Bretagna nel 1912. Wilsdorf avrebbe voluto rendere economici i suoi prodotti, ma le tasse e i dazi di importazione sulle casse degli orologi (oro e argento) alzavano i prezzi. Da quel momento il quartier generale venne spostato a Ginevra, mantenendo filiali in altre città (ad esempio Bienna) e in altri continenti: Nord America, Asia, Australia. Un altro motivo che spinse Wilsdorf a trasferirsi in Svizzera fu perché con lo scoppio della prima Guerra Mondiale un tedesco non era visto di buon occhio in Inghilterra, e ciò avrebbe potuto causare ulteriori ostacoli alla sua azienda.

Il nome Rolex venne registrato ufficialmente il 15 novembre 1915, si suppone che questo cambiamento mostrasse la volontà di rendere popolari gli orologi da polso, che al momento erano considerati articoli per signore perché tra gli uomini andava di moda l’orologio da tasca. Wilsdorf voleva un nome pronunciabile in ogni lingua e così decise di chiamare, nel 1919, la società con il nome Rolex Watch Company, per poi diventare Montres Rolex SA. Oggi si chiama Rolex SA il cui marchio è composto da lettere della stessa dimensione in modo da poter essere scritto simmetricamente. La caratteristica corona a 5 punte, simbolo storico della casa invece è stata introdotta nel 1925.

La Rolex costituita da Hans Wilsdorf e dalla famiglia Aegler, secondo i documenti dell’epoca, non può essere venduta né scambiata sul mercato azionario e ancora oggi mantiene saldi i principi e le tradizioni del suo fondatore.

Dal 2013 la Rolex è il cronometrista ufficiale della Formula 1.

La storia dell’argento

La storia dell’argento

Pur avendo da poco compiuto 5000 anni dalla sua scoperta, l’argento sembra non mostrare affatto i segni dell’età che avanza e continua ad apparirci in tutto il suo splendore.

Furono infatti i Sumeri (tremila anni prima di Cristo) il primo popolo che l’archeologia, grazie alla scoperta di antichi vasi all’interno delle loro tombe, ci ha consegnato come i primi ad aver adottato l’argento come materiale d’uso sociale.

Questo prezioso metallo che si caratterizza grazie all’alta malleabilità e duttilità, lo ritroviamo nel ‘600 a.C. sotto sembianze completamente diverse da quelle in cui lo avevamo lasciato 2400 anni prima. Qui, non più utilizzato solo nell’abbellimento delle camere funerarie, l’argento entra prepotentemente nel settore economico trasformandosi in moneta. In Lidia, regione antica dell’Asia Minore occidentale, inizia ad essere coniato e si va ad affiancare ad un altro metallo che nello stesso periodo inizia anch’esso ad imporsi nel settore economico: l’oro.

Il contagio fu rapido e capillare, e la circolazione della nuova moneta si estese fino ad Atene, la quale nella metà del VI secolo a.C. ottenne il primato nella coniazione di monete d’argento aiutata dal possedimento delle miniere del Laurio, in Attica.

Fu però la grande Roma a donare al prezioso metallo grandi onori e importantissimi ruoli.

Nel 270 a.C. Roma adottò l’argento come moneta poiché riuscì ad attingere abbondanti quantità di minerale nelle miniere di Sardegna e di Spagna conquistate nei secoli precedenti. Diventando moneta di un impero dai confini immensi, il bianco minerale, fu conosciuto in ogni provincia romana comprese le più remote appendici. Si presentava così al mondo intero, nonostante questo gli fosse costato già 3000 anni di storia.

Tutto da lì a poco sarebbe però inevitabilmente cambiato.
I secoli che seguirono l’apogeo dell’impero romano furono segnati da importanti cambiamenti nella costituzione economica della società: la svalutazione dell’argento dovuta all’eccessivo aumento della sua presenza nell’economia e la crescente semplificazione dell’amministrazione commerciale, portarono ad una forte smonetizzazione dell’argento e ad una sua breve sparizione dalla vita sociale.

Pronto però a risorgere dalle ceneri, il metallo riprende vigore grazie al suo coinvolgimento in altri settori della vita pubblica. Iniziò dunque l’impiego dell’argento nel settore sacro, dell’arte e per impreziosire le abitazioni dei ricchi.

Negli ultimi secoli l’impiego dell’argento ha subito una nuova evoluzione: partito come abbellimento delle camere funerarie poi divenuto moneta di scambio, modellato per creare utensili per le abitazioni dei ricchi; raggiunge nel XIX secolo, con l’avvento della rivoluzione industriale l’utilizzo nel settore elettrico e chimico.

Produzione mineraria vicina al declino

Produzione mineraria vicina al declino

Per le miniere d’oro il 2016 è stato un altro anno di volumi da primato. Ma proprio questa performance, di cui molti dubitavano, potrebbe essere stata una sorta di canto del cigno per il settore: un numero crescente di esperti è convinto che la produzione aurifera abbia raggiunto – o sia molto vicina a raggiungere – un picco. Dopo di che, inizierà a declinare.

La tendenza potrebbe anche essere molto graduale e non necessariamente irreversibile. Inoltre per l’oro è meno preoccupante che per altre materie prime: il metallo non si “brucia” con l’utilizzo, come ade sempio accade al petrolio, ma può essere riciclato (e se i prezzi aumentano per via di una ridotta offerta mineraria indubbiamente ci sarà più rottame sul mercato). Grandissime quantità di oro sono custodite anche nei caveax delle banche centrali, come riserve, e altri lingotti sono accantonati a fronte di Etf sull’oro fisico.

In ogni caso il metallo si comporta più come una valuta che come una commodity, men che meno una commodity industriale. Che lo stock di oro smetta per qualche anno di espandersi non è dunque necessariamente una catastrofe, anche se in effetti potrebbe far decollare le quotazioni del lingotto, specie se il fenomeno diventasse tanto evidente da essere percepito dalla massa degli investitori.

Per adesso siamo ben lontani dall’emergenza. secondo tutte le maggiori società di ricerca, il bilancio del 2016 evidenzia una produzione mineraria da record e un surplus di oro fisico, che non ha pesato sui prezzi solo perché gli investitori hanno riscoperto il lingotto come bene rifugio o come asset di diversificazione, a fronte di una ripresa dell’inflazione e di un allontanamento della prospettiva di strette monetarie da parte della Fed.

Gfms ritiene che il «picco dell’oro» sia già arrivato: nel Gold Survey, diffuso ieri, si prevede che per la prima volta da un decennio la produzione mineraria inizierà a calare nel 2017, dopo un record di 3.222 tonnellate estratte nel 2016. L’impatto sul mercato dovrebbe comunque essere modesto: secondo Gfms il prezzo medio del lingotto quest’anno salirà solo dello 0,9% a 1.259 $/oncia.

Anche IntelligenceMine si aspetta un’offerta mineraria in calo nel 2017, legato a «minori scoperte, vene più povere, scenario economico e regolatorio difficile in molti Paesi». Per altre società di ricerca, tra cui Metal Focus (Mf), che lavora per il World Gold Council, e Cpm Group, l’appuntamento col «picco» è invece solo rinviato. Entrambe hanno stime più alte del Gfms sulla produzione 2016 e pensano che il 2017 registrerà un’ulteriore crescita, sia pure modesta.

Un allarme è stato lanciato anche da diversi manager del settore. Il ceo di Newmont Mining, Gary Goldberg, prevede che l’offerta di oro calerà del 7% entro il 2021, quello di Randgold Resources, Mark Bristow, è convinto che il declino inizierà «entro tre anni» perché le minerarie non riescono a rimpiazzare le riserve.  «Se anche se l’oro salisse a 2.500 $ domani – avverte Ian Telfer, ceo di Goldcorp – non riusciremmo a modificare la produzione dei prossimi 4 anni». Lo scenario diventerà «incredibilmente rialzista per l’oro» secondo Telfer, che prevede anche un’intensificarsi della tendenza al consolidamento nel settore.

 

Benvenuto Cellini

Benvenuto Cellini 

Giovinezza

Benvenuto Cellini nacque il 3 novembre 1500 a Firenze; una lapide dettata da Giuseppe Mellini indica il luogo preciso dove il Cellini ebbe i natali, al n. 4 di via Chiara, nella zona di Mercato Nuovo. La madre era la fiorentina Elisabetta Granacci; il padre, invece, era Giovanni d’Andrea di Cristofano, un suonatore di strumenti musicali e intagliatore d’avorio che si cimentava nella costruzione di viole, arpe e liuti a detta del figlio «bellissime et eccellentissime», e di «maravigliosi» organi e clavicembali ricordati sempre da Benvenuto come «i migliori e più belli che allora si vedessino».[1]

Già in «tenerissima» età il padre, che tra l’altro faceva parte del gruppo dei pifferi di Firenze, cercava di avviare il figlioletto allo studio della musica, affinché divenisse «gran sonatore». Grazie agli insegnamenti di papà Giovanni, e soprattutto dell’organista fiorentino Francesco dell’Aiolle, Cellini – nonostante la malavoglia – rivelò doti musicali notevoli, in particolare nel flauto e nel cornetto. Questa, tuttavia, si trattava di una dedizione indotta più che spontanea, tanto che le ambizioni del giovane Benvenuto non erano rivolte ad eccellere in quello che ormai definiva «maledetto sonare»,[2] bensì a divenire «primo homo del mondo» nel campo dell’arte orafa. Per questo motivo, a partire dal 1513, il giovane Cellini frequentò nella sua città natale la bottega dell’orafo e armaiolo Michelangelo Bandinelli,[3] per poi passare due anni dopo sotto la guida di Antonio di Sandro, detto Marcone, «bonissimo praticone, e molto uomo dabbene, altiero e libero in ogni cosa sua».[4]

Botteghe d’orafi e tafferugli

Cellini manifestò bruscamente la propria indole irrequieta e violenta già a sedici anni, nell’anno 1516: in seguito a una rissa, infatti, fu esiliato insieme al fratello Cecchino a Siena, dove soggiornò per «molti mesi» studiando oreficeria nella bottega di Francesco Castoro.[5] Ritornato a Firenze, per desiderio del padre Benvenuto si recò a Bologna per perfezionare «il sonare»; pur assecondando le volontà paterne, nella città felsinea Cellini riuscì ad attendere all’amata oreficeria, lavorando dapprima con Ercole del Piffero, quindi con un israelita, tale Graziadio, e infine con il miniatore bolognese Scipione Cavalletti.[6] Dopo un’affrettata sosta a Firenze, donde fuggi a causa delle insistenze del padre per la musica, nel 1517 Cellini proseguì la sua formazione da orafo nella bottega dell’orafo Ulivieri della Chiostra, a Pisa, dove si applicò anche allo studio di opere antiche.[7]

«Voltomi subito e veduto che lui [Gherardo Guasconi, n.d.r.] se ne rise, gli menai sì grande il pugnio in una tempia, che svenuto cadde come morto; di poi voltomi ai sua sua cugini, dissi: “Così si trattano i ladri poltroni vostri pari”; e volendo lor fare alcuna dimostrazione, perché assai erano, io, che mi trovavo infiammato, messi mano a un piccol coltello che io avevo, dicendo cosí: “Chi di voi esca della sua bottega, l’altro corra per il confessoro, perché il medico non ci arà che fare”. Furno le parole a loro di tanto spavento, che nessuno si mosse a l’aiuto del cugino»
— Benvenuto Cellini, Vita

Dopo un accesso di febbre, Cellini si recò nuovamente a Firenze, dove ritornò a lavorare per Antonio di Sandro, grazie al quale conobbe anche lo scultore Pietro Torrigiano; in seguito, si legò a stretta amicizia con un altro orafo, Francesco Salimbene, con il quale «molto bene guadagnava, e molto si affaticava a ‘mparare». Nuove risse e tafferugli costrinsero Cellini a spostarsi nuovamente: cercò rifugio dapprima a Siena, e poi a Roma, dove lo ritroviamo dal 1519 al 1520 a lavorare come garzone presso Firenzuola de’ Georgis e, successivamente, Paolo Arsago. Dal 1521 al 1523, ai richiami del padre Cellini rimpatriò a Firenze, dove lavorò dapprima con Salimbene, e poi con Giambattista Sogliani, che «piacevolmente [gli] accomodò di una parte della sua bottega, quale era in sul canto di Mercato Nuovo».

Alla fine del 1523 il temperamento impetuoso del Cellini si manifestò di nuovo: a questo periodo, infatti, risalgono i dissapori con i Guasconti, una famiglia di orafi fiorentina a lui ostile per pura e semplice invidia. «Non conoscendo di che colore la paura si fosse», Cellini ferì con un pugnale Gherardo Guasconti e Bartolomeo Benvenuti, che ne prese le difese. Questa rissa procurò al Cellini la condanna a morte in contumacia, a causa della quale fuggì a Roma; nell’Urbe il giovane Benvenuto venne accolto nella bottega di Lucagnolo da Iesi, dove iniziò a produrre gioielli autonomamente (notevoli i due candelieri per il vescovo di Salamanca e il gioiello per la moglie di Sigismondo Chigi), per poi passare nel 1524 presso Giovan Francesco della Tacca.[8]

Al servizio dei Medici 

Cellini venne calorosamente accolto dalla corte medicea. Cosimo I de’ Medici, infatti, lo elevò a scultore di corte assicurandogli un signorile soggiorno in una casa a via del Rosario, dove lo scultore impiantò la propria fonderia,[28] e assegnandogli uno stipendio annuo di duecento scudi; gli commissionò, inoltre, la realizzazione di due importanti sculture bronzee: il proprio busto e il gruppo del Perseo con la testa di Medusa, da collocare nella loggia dei Lanzi.

Cellini fuse il busto di Cosimo de’ Medici nel 1546, dopo essersi momentaneamente allontanato da Firenze per sfuggire all’accusa di sodomia (riparò a Venezia, ove incontrò Tiziano).[29] La gestazione del Perseo, invece, fu molto più ardua, a causa di numerose difficoltà incontrate durante la fusione del metallo, ma Cellini riuscì comunque a inaugurare la statua nell’aprile 1554, suscitando un’accoglienza molto calorosa. Tra gli altri interventi celliniani di questo periodo, si citano il restauro di un antico Ganimede e l’avvio del Narciso in marmo (1548-49), l’esecuzione delle statuette bronzee di Giove, Danae con Perseo fanciullo, Minerva, Mercurio, collocate nella base del Perseo (1552),[30] e la fortificazione di due porte della cerchia di Firenze (1553-54).[31]

«Tutti gli uomini di ogni sorte, che hanno fatto qualche cosa che sia virtuosa, doverieno, essendo veritieri e da bene, di lor propria mano descrivere la loro vita»
— Benvenuto Cellini, Vita, proemio

Dopo il trionfo del Perseo, tuttavia, Cellini fu costretto all’inoperosità, a causa della posizione di preminenza assunta dai rivali Bandinelli e Ammannati nella scena artistica fiorentina; quest’ultimi si erano recentemente imposti non per particolari meriti scultorei, bensì perché maggiormente sottomessi alla rigorosa etichetta medicea. Furono queste le circostanze che portarono alla gestazione della Vita: non potendo più «fare», infatti, Cellini iniziò a «dire», mettendo per iscritto la propria concezione dell’arte ma, soprattutto, il proprio vissuto esistenziale, così da segnalare a Cosimo de’ Medici il valore di quell’artista impedito a operare. Fu così che Cellini iniziò nel 1558 la stesura della Vita, opera letteraria che – dopo una breve interruzione nel 1562, dovuta alla rinunzia degli ordini ecclesiastici, alle nozze con Piera de’ Parigi e alla nascita di un figlio – venne terminata nel 1567. Questa cocente delusione venne inasprita ulteriormente dalle diverse disavventure giudiziarie: nel 1556, infatti, venne incarcerato per aver percosso l’orafo Giovanni di Lorenzo, mentre l’anno successivo venne condannato a cinquanta scudi di multa e a quattro anni di carcere (commutati poi in quattro anni di arresti domiciliari) perché durante «cinque anni […] ha tenuto […] Fernando di Giovanni di Montepulciano […] in letto come sua moglie».

A lato della Vita, in ogni caso, nel suo ultimo decennio di vita si cimentò anche nella stesura del Trattato dell’oreficeria e del Trattato della scultura, iniziata nel 1565 e terminata tre anni dopo, quando le due opere vennero date alle stampe.

Benvenuto Cellini, infine, morì a Firenze il 13 febbraio 1571; poco prima del decesso, fece dono di tutte le sue sculture «finite et non finite» a Francesco I de’ Medici.

Diamanti (purezza)

Diamanti

“Molte persone al mondo, non avranno mai modo di sapere che esistono ben poche cose in natura così rare quanto un diamante veramente puro”.

La purezza viene definita come “la relativa assenza in una gemma di inclusioni e di caratteristiche esterne“.

La differenza tra un’inclusione e una caratteristica esterna o di superficie consiste nella posizione in cui si trovano. Sono definite inclusioni tutte le caratteristiche completamente racchiuse all’interno della gemma, oppure quelle che, partendo dalla superficie, si estendono verso l’ interno . Le caratteristiche esterne o di superficie, invece, sono quelle che restano confinate sulla superficie della pietra. Insieme, inclusioni e caratteristiche esterne, vengono definite caratteristiche di purezza. Esse contribuiscono a determinare l’identità e la qualità di una gemma.

La formazione e la purezza

Durante la formazione del diamante piccoli cristalli di minerale possono restare intrappolati all’interno di un diamante nel corso della sua formazione. Ma esistono anche altri tipi di caratteristiche di purezza che possono originarsi durante l’accrescimento di un diamante.

Talvolta, nel corso della formazione del cristallo, si sviluppano delle irregolarità nella strutture atomica che danno origine a ciò che viene comunemente definito: venature di accrescimento (“graining” in inglese).
Questa caratteristica si presenta come una serie di deboli linee, o fasce, disposte parallelamente le une alle altre, o che si intersecano.

Un’altra caratteristica di purezza, che può svilupparsi sia durante che dopo il processo di formazione del cristallo, è la rottura. Ne esistono di due tipi: la sfaldatura e la frattura. La sfaldatura è una rottura che si produce parallelamente alle direzioni più “deboli” della struttura atomica del cristallo. La frattura invece è una rottura in qualsiasi altra direzione. Nel settore, entrambi questi tipi di rottura sono riuniti sotto il termine generico di piuma, perchè il loro aspetto ed il colore biancastro richiamano, appunto, l’immagine di una piuma d’uccello.

Marco Bicego

Marco Bicego, da diciasette anni anima e guida del brand: «Dare continuità e arricchire quel bagaglio di esperienza, capacità e lungimiranza al know-how ereditato da mio padre». Ampi spazi, tanta luce e un laboratorio dove un’ottantina di persone realizza «collezioni uniche, con tecniche esclusive che fondono il saper fare della tradizione orafa vicentina con nuove lavorazioni, frutto dell’innovazione continua». Come la lavorazione a corda di chitarra, una speciale torsione eseguita a mano che dà vita a un movimento a onde, e l’incisione al bulino, che dà all’oro un effetto satinato, entrambi segni distintivi del marchio. Non a caso all’ingresso del building Marco ha fatto realizzare da un artista la riproduzione di un pezzo iconico della collezione Marrakech, che accoglie chi entra come una straordinaria installazione artistica. «Del resto creare gioielli non è una forma d’arte? C’è l’ho nel sangue. Negli occhi. Sin da ragazzino la mia più

grande felicità era stare in laboratorio con mio padre. Per imparare un mestiere così affascinante ». Così quando ha deciso di lanciarsi nell’avventura di creare un proprio marchio, il padre gli ha dato carta bianca. E Marco ci ha messo tutta la sua passione e la sua esperienza, nella convinzione che i gioielli sono «opere d’arte da indossare. Non da tenere in cassaforte». Collezioni che si ispirano «alla perfezione imperfetta della natura. Non esiste un’onda, un petalo, una forma uguale all’altra. Così come i nostri gioielli: dagli anelli alle catene, sono tutti diversi. Irregolari». Forme uniche, appunto. Una filosofia che ha conquistato i mercati internazionali. Primo fra tutti gli Stati Uniti «che rappresentano il 40-45% del nostro giro d’affari. E dove abbiamo una sede importante. A oggi siamo presenti nei migliori multibrand della gioielleria a stelle e strisce, e abbiamo corner e shop in shop in department store come Bloomingdales a New York e Boston, Neiman Marcus e Saks Fifth Avenue. Ma — anticipa Bicego — stiamo valutando l’opportunità di entrare con monomarca di proprietà a New York e San Francisco». Oltre agli States, il marchio vicentino ha flagship store a Verona, Budapest, Mykonos, Creta e uno in Giappone, a Tokyo, oltre a shop in shop da Harrod’s a Londra e Harvey Nichols a Londra e Birmingham. Per quanto riguarda la Greater China, «dove abbiamo già tre shop in shop, stiamo pensando per un monobrand a Hong Kong». Espansione continua anche in Medio Oriente e Europa, «Russia compresa, nonostante i disordini politici che affliggono il Paese. Il piano di sviluppo firmato Marco Bicego spazia anche sul mercato virtuale, grazie a possibili futuri investimenti nell’e-commerce. Uno scenario in piena evoluzione, in controtendenza con la situazione congiunturale: «È proprio nei momenti di crisi che bisogna investire per affrontare il cambiamento». 

Leonardo Da Vinci cut

Il fascino seducente della luce

La vita e le opere di Leonardo Da Vinci sono legate a molteplici leggende che ancora oggi ci affascinano, ma non si tratta solo
di leggende, la modernità degli studi e delle idee del genio toscano sono ancora oggi applicate alla vita quotidiana.
Altrettanto sorprendente è l’idea che portato alla creazione del taglio Da Vinci.

Un caso ha voluto che Bobak Nasrollahi Moghadam, sfogliasse i disegni che Leonardo Da Vinci aveva realizzato per il De divina proportione di Luca Pacioli. I disegni di quei solidi perfetti, costruiti sulla base della proporzione aurea, fecero scattare nell’imprenditore l’idea di poter applicare la stessa formula matematica al taglio dei diamanti. Partendo dalla gemma grezza
e tagliandola seguendo la traccia dei disegni dei poligoni di Leonardo, il diamante prende forma ed alla fine del processo,
il risultato è a dir poco strabiliante.Si ottiene un taglio unico e perfetto in grado di enfatizzare al massimo le caratteristiche della pietra, che così tagliata presenta
57 sfaccetture. Il Da Vinci Cut origina una tavola pentagonale che sovrasta con un effetto caleidoscopico tre stelle visibili
ad occhio nudo
, cosa che non accade nei tagli classici, per i quali è necessario usare lenti particolari per vedere l’effetto
delle luci (come per esempio accade nei diamanti “cuori e frecce”).Il taglio Da Vinci può essere così definito il taglio del III millennio!

Basta metterlo a confronto con pietre di uguali caratteristiche ma di taglio tradizionale, per vedere come il diamante Leonardo
​Da Vinci Cut risulta essere più brillante e luminoso
, tanto che nelle scale normalmente utilizzate per verificare le sue caratteristiche, oltrepassa il livello cosiddetto “Ideale”!

Lorenzo De Medici

« Quant’è bella giovinezza,
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non v’è certezza »
(Lorenzo de’ Medici, Canti carnascialeschi, Canzona di Bacco)

C/o il negozio Danoro di piazza della Costituzione, 8 – Piombino (LI), esposizione della nuova collezione De Medici Gioielli.

Lorenzo di Piero de’ Medici, detto Lorenzo il Magnifico (Firenze, 1º gennaio 1449Careggi, 8 aprile 1492), è stato signore di Firenze dal 1469alla morte, il terzo della dinastia dei Medici. È stato anche uno scrittore,mecenate, poeta e umanista, nonché uno dei più significativi uomini politici delRinascimento, sia per aver incarnato l’ideale del principe umanista, sia per l’oculatissima gestione del potere[3].

Lorenzo divenne, insieme al fratello minore Giuliano, signore de facto di Firenze dopo la morte del padre Piero. Nei primi anni di governo (1469-1478), il giovane Lorenzo condusse una politica interna volta a rinforzare da un lato le istituzioni repubblicane in senso filo-mediceo, dall’altro a sopprimere le ribellioni delle città sottoposte a Firenze (celebri i casi di Prato e Volterra). Sul fronte della politica estera, invece, Lorenzo manifestò il chiaro disegno di arginare le ambizioni territoriali di Sisto IV, in nome dell’equilibrio della Lega Italica del 1454.

Per questi motivi, Lorenzo fu oggetto della Congiura dei Pazzi (1478), nella quale il fratello Giuliano rimase assassinato. Il fallimento della congiura provocò l’ira di papa Sisto, del re di Napoli Ferrante d’Aragona e di tutti coloro che erano intimoriti dal rafforzamento del potere mediceo su Firenze[4]. Seguirono, pertanto, due anni di guerra contro Firenze, dalla quale il prestigio interno e internazionale del Magnifico si rafforzarono enormemente per la sua abilità diplomatica e il suo carisma con cui riuscì da un lato a sgretolare la coalizione anti-fiorentina, e dall’altro a mantenere unite le forze interne alla Repubblica.

De Medici Gioielli

De Medici Gioielli

I Medici sono un’antica famiglia fiorentina, furono protagonisti di centrale importanza nella storia d’Italia e d’Europa dal XV al XVIII secolo.

Oltre ad aver retto le sorti della città di Firenze prima e della Toscana poi, dal1434 fino al 1737[3], ed oltre ad aver dato i natali a tre papi (Leone X,Clemente VII, Leone XI[4]) e due sovrane di Francia (Caterina e Maria de’ Medici) sono noti per aver promosso la vita artistica, culturale, spirituale e scientifica del loro tempo. Le loro collezioni d’arte, di oggetti preziosi, di libri e manoscritti, di rarità e di curiosità si sono conservate praticamente integre fino ai giorni nostri e sono alla base del patrimonio di molte delle più importanti istituzioni culturali di Firenze.

E grazie alle sapienti mani di un orafo fiorentino, c/o il p.v Danoro di piazza della Costituzione, 8 Piombino, troverete la nuova collezione “De Medici Gioielli“, gioielli in argento con incastonate pietre semi preziose, coralli, perle. Fedeli riproduzioni del periodo rinascimentale.

Platino storia

Platino storia

Il suo nome deriva dallo spagnolo platina, diminutivo di plataargento; in realtà gli spagnoli disdegnavano il platino, erano alla ricerca dell’argento che già conoscevano e stimavano ed il diminutivo era visto in senso dispregiativo, si potrebbe tradurre come “argentaccio”.

Il platino nativo e le sue leghe naturali sono note da lungo tempo. Il metallo era noto e usato dalle popolazioni precolombiane del Sudamerica e la prima menzione in documenti europei è del 1557, ad opera dell’umanista italiano Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) che lo descrive come un misterioso metallo trovato nelle miniere del Darién (Panama) e del Messico «…finora impossibile da fondere secondo i metodi noti agli spagnoli».

Gli spagnoli chiamarono il metallo platino, piccolo argento, quando lo incontrarono per la prima volta in Colombia. Il platino veniva considerato allora un’impurezza indesiderata dell’argento e spesso veniva gettato via.

La scoperta del platino è attribuita all’astronomo Antonio de Ulloa e a Don Jorge Juan y Santacilia, entrambi incaricati dal re Filippo V di Spagna di unirsi ad una spedizione in Perù che durò dal 1735 al 1745. Tra le altre cose, Ulloa osservò laplatina del pinto, un metallo non lavorabile rinvenuto insieme all’oro in Nueva Granada, l’attuale Colombia. I corsari britannici intercettarono la nave di Ulloa durante il ritorno in Europa. Benché egli fosse trattato bene in Inghilterra, dove divenne anche un membro della Royal Society, gli fu impedito di pubblicare notizie riguardo al metallo sconosciuto fino al 1748. Prima che questo succedesse, nel 1741 Charles Wood isolò indipendentemente l’elemento reclamandone la scoperta.

Il simbolo alchemico del platino è ottenuto per unione dei simboli dell’oro e dell’argento.

In tempi relativamente recenti il platino era considerato più prezioso dell’oro. Il suo prezzo è legato all’offerta di mercato ed alla sua disponibilità.

Il modello standard di riferimento per il metro è stato per lungo tempo la distanza tra due tacche su una barra di lega platino-iridio, conservata presso il Bureau International des Poids et Mesures di Sèvres, in Francia. Un cilindro della stessa lega è lo standard di riferimento per il chilogrammo.

Il platino è usato anche per la definizione dell’elettrodo standard a idrogeno.

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