Rolex

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Rolex SA è una società svizzera (con sede a Ginevra) importante nella produzione di pregiati orologi da polso, nonché una delle più grandi aziende operanti nel settore dell’alta orologeria.
La Rolex SA è controllata dalla Fondazione Hans Wilsdorf, ente di beneficenza e non-profit (con relativi benefici fiscali) riconosciuto dalla legge svizzera. Conta ventotto società controllate nel mondo e un’organizzazione di 4.000 orologiai in cento Paesi, con incassi stimati per il 2010 intorno ai due miliardi di euro e una produzione annuale di orologi di circa 1.000.000 di pezzi.[1] La Rolex è il maggior produttore di cronometri certificati costruiti in Svizzera; basti pensare che nel 2005 più della metà della produzione di orologi certificati COSC (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres) appartiene al gruppo. Il 3 maggio 2011 è stato annunciato il nuovo CEO del gruppo Rolex, il quinto da quando è stata fondata nel 1906, l’italiano Gian Riccardo Marini (precedentemente CEO di Rolex Italia), che prende il posto di Bruno Meier.

La Rolex SA venne fondata nel 1905 da Hans Wilsdorf e dal fratellastro Alfred Davis; pur essendo attualmente una delle maggiori imprese svizzere dell’orologeria, Wilsdorf era di nazionalità tedesca e la prima sede era a Londra. Wilsdorf & Davis fu il nome originario dato all’azienda, che in seguito divenne la Rolex Watch Company. Inizialmente si limitavano a importare in Inghilterra i meccanismi svizzeri prodotti da Hermann Aegler, che successivamente divenne socio, assemblandoli in lussuose casse create dalla firma Dennison e da altri gioiellieri dell’epoca che vendevano i primi orologi da polso personalizzandoli con il proprio marchio. I primi orologi prodotti dalla Wilsdorf & Davis erano marcati “W&D” (sigla visibile all’interno della cassa). Hans Wilsdorf registrò il marchio “Rolex” a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera nel 1908. Il significato di questo termine è sconosciuto, secondo alcuni (versione mai confermata da Wilsdorf) “Rolex” deriva dalla locuzione francese horlogerie exquise, che significa orologeria squisita. Altri riportano che il nome derivi dall’unione della parola Rolls-Royce, automobili di lusso amate da Alfred Davis, e Timex, grande produttore di orologi dell’epoca, per indicare appunto che la produzione sarebbe stata orientata a orologi “EX” di lusso “ROL” da cui ROLEX. Ad ogni modo, Wilsdorf voleva un nome facilmente pronunciabile in ogni lingua, immediato, facile da ricordare, ma anche che avesse stile, cioè non doveva essere troppo ingombrante sul quadrante e doveva dare la possibilità ai rivenditori inglesi (per i quali erano destinati inizialmente i primi modelli) di poter incidere il proprio nome al di sotto di Rolex.

La Wilsdorf & Davis si spostò in Gran Bretagna nel 1912. Wilsdorf avrebbe voluto rendere economici i suoi prodotti, ma le tasse e i dazi di importazione sulle casse degli orologi (oro e argento) alzavano i prezzi. Da quel momento il quartier generale venne spostato a Ginevra, mantenendo filiali in altre città (ad esempio Bienna) e in altri continenti: Nord America, Asia, Australia. Un altro motivo che spinse Wilsdorf a trasferirsi in Svizzera fu perché con lo scoppio della prima Guerra Mondiale un tedesco non era visto di buon occhio in Inghilterra, e ciò avrebbe potuto causare ulteriori ostacoli alla sua azienda.

GMT-Master II acciaio e oro (ref. 116713LN)

Il nome Rolex venne registrato ufficialmente il 15 novembre 1915, si suppone che questo cambiamento mostrasse la volontà di rendere popolari gli orologi da polso, che al momento erano considerati articoli per signore perché tra gli uomini andava di moda l’orologio da tasca. Wilsdorf voleva un nome pronunciabile in ogni lingua e così decise di chiamare, nel 1919, la società con il nome Rolex Watch Company, per poi diventare Montres Rolex SA. Oggi si chiama Rolex SA il cui marchio è composto da lettere della stessa dimensione in modo da poter essere scritto simmetricamente. La caratteristica corona a 5 punte, simbolo storico della casa invece è stata introdotta nel 1925.

La Rolex costituita da Hans Wilsdorf e dalla famiglia Aegler, secondo i documenti dell’epoca, non può essere venduta né scambiata sul mercato azionario e ancora oggi mantiene saldi i principi e le tradizioni del suo fondatore.

Dal 2013 la Rolex è il cronometrista ufficiale della Formula 1.

Tra le innovazioni proposte dalla Rolex sul mercato dell’orologeria ci sono i primi orologi impermeabili con il datario, con il fuso orario e, cosa più importante, i primi orologi da polso a ottenere la richiestissima certificazione di cronometroLa Rolex detiene tuttora il record per maggior numero di meccanismi certificati.

Un altro fatto quasi sconosciuto è che la Rolex partecipò allo sviluppo della tecnologia al quarzo anche per contrastare il forte sviluppo delle case giapponesi che stavano a loro volta sviluppando i propri movimenti. Nonostante inserì pochi modelli nella propria linea, i tecnici e gli ingegneri della casa furono determinanti nello studio della nuova tecnologia a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Nel 1968 la Rolex collaborò con un consorzio di 16 produttori svizzeri per creare il movimento al quarzo Beta 21 usato nel proprio Quartz Date. Gli sforzi della Rolex culminarono dopo cinque anni di ricerca, disegno e sviluppo nella creazione del movimento “clean-slate” 5035/5055 che avrebbe alimentato l’Oysterquartz – secondo alcuni il miglior movimento al quarzo mai creato.

Rolex Datejust Oysterquartz

Il primo orologio a carica automatica venne presentato nel 1931, potenziato da un meccanismo interno che sfruttava il movimento del braccio e che, oltre a rendere inutile il caricamento a mano, eliminò i problemi tecnici che ne compromettevano il funzionamento. La Rolex fu anche la prima ditta a creare un vero orologio impermeabile, altra pietra miliare. Wilsdorf arrivò a creare uno speciale Rolex che nel 1960 venne ancorato al batiscafo Trieste e trascinato nella Fossa delle Marianne. L’orologio resistette e dimostrò di aver mantenuto un funzionamento corretto durante la discesa e la risalita. Questo fatto venne confermato attraverso un telegramma spedito alla Rolex il giorno seguente che recitava:

(EN)«Am happy to confirm that even at 11,000 metres your watch is as precise as on the surface. Best regards» (IT)«Sono lieto di confermare che anche a 11.000 metri di profondità il vostro orologio è preciso come in superficie. Cordiali saluti»
(Jacques Piccard)

In questo modo la Rolex si creò la reputazione di orologi validi anche per immersioni subacquee, aviazione e alpinismo, grazie anche a Chuck Yeager, il primo pilota a portare un aereo oltre la barriera del suono con al polso un Rolex acquistato da lui personalmente. Tra i primi modelli sportivi faceva parte il Rolex Submariner e il Rolex Sea-Dweller Submariner 2000 (2.000 ft = 610 m) (1971). Questo orologio vantava una valvola a rilascio di elio (inventata con l’aiuto della collega svizzera Doxa SA) che lasciava defluire il gas durante la decompressione. Altro modello sportivo fu il Rolex GMT-Master, sviluppato originariamente su richiesta delle aerolinee Pan Am, in grado di assistere i piloti nei voli transcontinentali, per la presenza di una lancetta 24 ore e di una ghiera graduata e rotante. I modelli della linea Explorer vennero creati per gli esploratori che si muovevano su terreni accidentati, in seguito all’impresa compiuta da Sir Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norgay che per primi arrivarono in cima all’Everest, portando al polso un antenato dell’attuale Explorer.

Da un punto di vista più glamour James Bond, il personaggio di Ian Fleming, indossava un Rolex nella serie di romanzi dell’autore. Nei primi film il mitico Sean Connery portava al polso un Rolex Submariner senza datario e con cinturino in tessuto militare a strisce grigie e nere. Nei film successivi con Pierce Brosnan e quelli con Daniel Craig, l’orologio divenne un Omega Seamaster, in seguito all’alleanza del marchio Omega con i produttori dei film per la promozione dei propri orologi.

Un capitolo a parte merita il modello Cosmograph Daytona. “Il cronografo a carica manuale dei primi anni ’60, nato semplicemente come Rolex Cosmograph (la scritta Daytona viene aggiunta solo in un secondo tempo), riceve un’accoglienza piuttosto fredda, certamente non paragonabile al fenomeno che è oggi. Non dobbiamo infatti dimenticare che a quell’epoca erano di moda orologi più classici e ultrapiatti: un modello così sportivo e moderno non si accordava con i gusti di allora. Questo snobismo commerciale proseguirà per quasi un ventennio, prima con la nascita dei modelli al quarzo negli anni ’70, e poi ancora negli anni ’80, quando l’orologio a carica manuale viene considerato obsoleto. Nella ricerca della durata e dell’affidabilità, Rolex interviene sostituendo ai calibri Valjoux a carica manuale, l’eccezionale movimento dello Zenith El Primero, il miglior movimento industriale a carica automatica allora esistente sul mercato. Rolex apporterà numerose modifiche per allinearlo ai propri standard, con veri e propri interventi strutturali, come l’eliminazione del datario e la riduzione delle frequenze di oscillazione da 36.000 a 28.800 alternanze, sostituendo il bilanciere originale con il proprio, basato sul meccanismo di regolazione a microstella, già collaudato sui cronografi degli anni ’60. Tutto ciò porta alla realizzazione del calibro 4030 come movimento per il primo cronografo automatico: il Daytona ref. 16520. Nel 1988, il lancio del nuovo Rolex Oyster Perpetual Cosmograph Daytona incontra un favore di pubblico enorme. La scarsa produzione da parte di Rolex, dovuta anche alla poca disponibilità del calibro base Zenith, scatena all’inizio degli anni ’90 un vero e proprio boom collezionistico. Per i modelli precedenti, ovvero tutti i cronografi Daytona a carica manuale, l’exploit avviene solo qualche anno dopo, rendendo ancora oggi questo orologio oggetto del desiderio degli appassionati di tutto il mondo.. Nel 2000 Rolex presenta il nuovo modello Daytona referenza n. 116520, l’orologio risulta essere ora di completa manifattura Rolex anche nel meccanismo.

ARGENTO

L’Argento è l’elemento chimico nella tavola periodica che ha simbolo Ag (dall’abbreviazione del latino Argentum) e numero atomico 47. È un metallo di transizione tenero, bianco e lucido; l’argento è il migliore conduttore di calore ed elettricità fra tutti i metalli, e si trova in natura sia puro che sotto forma di minerale. Si usa nella monetazione, in fotografia e in gioielleria, in cui è protagonista di un’intera branca, l’argenteria, che riguarda coppe, cuccume, vassoi, cornici e posate da tavola.

Caratteristiche

L’argento è un metallo molto duttile e malleabile, appena più duro dell’oro, con una lucentezza metallica bianca che viene accentuata dalla lucidatura. Ha la maggiore conducibilità elettrica tra tutti i metalli, superiore persino a quella del rame che però ha maggiore diffusione per via del minore costo.

L’argento puro, tra i metalli, ha anche la più alta conducibilità termica, il colore più bianco, la maggiore riflettanza della luce visibile (povera invece nel caso della luce ultravioletta) e la minore resistenza all’urto. Gli alogenuri d’argento sono fotosensibili e l’effetto prodotto su di essi dalla luce è alla base della fotografia analogica (cioè su pellicola e carta chimica).

L’argento è stabile nell’aria pura e nell’acqua pura, ma scurisce quando è esposto all’ozono, all’acido solfidrico o all’aria contenente tracce di composti dello zolfo. Nei suoi composti l’argento ha numero di ossidazione +1, ed è così malleabile che si possono fare fogli di appena 30 μm.

Applicazioni

Cessna 210 equipaggiato con un generatore di ioduro d’argento per la produzione di pioggia artificiale.

L’argento trova principalmente impiego come metallo prezioso. I suoi alogenuri, in special modo il cloruro d’argento, sono impiegati in fotografia, che ne è l’utilizzo principale in termini di quantità.

Altri possibili utilizzi sono:

  • Per produrre contatti ad elevata conduttività in manufatti elettrici ed elettronici, ad esempio i contatti elettrici delle tastiere.
  • Per preparare le emulsioni fotografiche, per le quali vengono usati gli alogenuri d’argento: ioduro, bromuro e cloruro.
  • Per produrre specchi con una maggiore riflettanza; gli specchi comuni sono fatti con l’alluminio.
  • La produzione di monete d’argento, che risale all’VIII secolo a.C.; le parole “argento” e “denaro” sono identiche o molto simili in almeno 14 lingue.
  • Per il suo splendore viene usato per produrre articoli di gioielleria e set di posate e articoli da tavola (l’argenteria), prodotti tradizionalmente con l’argento sterling, una lega che contiene il 92,5% di argento.
  • Per la sua malleabilità e la sua non tossicità si usa in lega con altri metalli in odontoiatria.
  • Per le sue proprietà catalitiche, trova uso come catalizzatore in molte reazioni di ossidazione, ad esempio nella produzione di formaldeide dal metanolo.
  • Nella produzione di batterie a lunga durata argento-zinco e argento-cadmio.
  • Il fulminato d’argento è un esplosivo.
  • Il cloruro d’argento può essere reso trasparente e venire impiegato come cemento per il vetro.
  • Lo ioduro d’argento è usato per seminare le nubi per produrre la pioggia.
  • L’argento è anche un additivo alimentare (E 174), usato come colorante in particolare per caramelle e confetti rivestiti di zucchero, per ottenere un colore metallico.
  • Sono in commercio pastiglie agli ioni d’argento, utilizzate, ad esempio, per la disinfezione dell’acqua in campeggio.

Storia

L’argento è noto fin dall’antichità. Il termine deriva dal latino argentum e dal greco αργύριον, legati ad αργός “splendente, candido, bianco”. È menzionato già in testi cuneiformidel III millennio, nel libro della Genesi, e l’analisi di resti nei siti archeologici dell’Asia minore, delle isole dell’Egeo e del Vicino Oriente, indica che l’argento già nel IV millennio a.C. veniva separato dal piombo, e che erano note le tecniche di cesello, sbalzo e agemina rimaste sino all’età moderna. Per millenni l’argento è stato usato come ornamento e come materiale per utensili come nel periodo degli Incas nell’antico Perù, come merce di scambio e come base per molti sistemi monetari. È stato a lungo considerato il secondo metallo più prezioso, dopo l’oro. Nel Buddhismo è il secondo dei sette tesori e simboleggia la virtù.

Il simbolo della luna crescente, associato all’argento dagli alchimisti.

In molte teologie e cosmogonie, l’argento è associato alla Luna e a divinità lunari e femminili. Benché chimicamente i due elementi non siano correlati, nell’antichità il mercurio veniva considerato come una specie particolare di argento – da cui il nome tradizionale di argento vivo ed il suo nome latino hydrargyrium (argento liquido). In araldica il colore argento ricorre in molti stemmi e blasoni; a volte viene rappresentato con il colore bianco.

Produzione mondiale di argento a partire dal 1900

Il valore dell’argento subì un brusco calo quando la scoperta di giacimenti in America Latina (tranne il Perù che aveva già una cultura avanzata dei metalli preziosi) come le miniere di Zacatecas e Potosí, portò ad un’inflazione del metallo. L’argento dà il nome ad una nazione, l’Argentina, ed al suo principale fiume, il Río de la Plata – dal suo nome spagnoloplata. Nel corso del XIX secolo l’argento iniziò ad essere demonetizzato mentre l’oro seguirà il medesimo destino nel secolo successivo. Mentre l’oro resta però in parte nei forzieri delle banche centrali l’argento fu man mano completamente liquidato. Questa immensa quantità d’argento “liberata” dalle funzioni monetarie ha causato fino a tempi recentissimi una grande disponibilità di metallo, nonostante la produzione mineraria fosse di gran lunga inferiore ai consumi. La quantità di argento disponibile sulla crosta terrestre è di 0,0800 ppm (g/t), superiore di 20 volte dell’oro, che è 0,0040 ppm (g/t), e del platino che è 0,0100 ppm (g/t); la potenzialità di estrazione dalle miniere per l’argento è di circa 547 milioni di once troy all’anno, contro 82 milioni di once troy dell’oro e 5 milioni di once troy del platino. Per questi motivi e anche per i costi di estrazione enormemente superiori per l’oro, l’argento ha e avrà sempre un valore nettamente inferiore rispetto ad altri metalli preziosi. Da valutare per un investimento il rapporto oro/argento: dal 1344 fino verso al 1830 ha sempre avuto un rapporto quasi fisso di circa 1 a 16, verso fine Ottocento ha cominciato ad alzarsi per toccare un record di 1 a 153 nel 1939, poi ridiscendere a 1 a 28 nel 1971 e risalire a 1 a 110 nel 1992, nel 2008 il rapporto (molto volatile) si sta mantenendo nell’intervallo fra i 1 a 46 e 1 a 93. Calcolando l’inflazione e ragionando in termini odierni (2008) l’argento ha avuto il suo valore massimo nel 1477 con un prezzo di 1 040 $ all’oncia troy, poi è iniziata la discesa che ha portato il prezzo ai minimi nel 1993 a 3,53 $ per oncia troy. Dal 2004 il prezzo dell’argento ha ripreso a salire arrivando a superare i 29 $ l’oncia alla fine del 2010. In ogni caso chi avesse investito in argento nel 1477 si troverebbe ai giorni nostri con una perdita reale superiore al 90%; ciò nonostante l’argento è considerato un bene rifugio. Infatti ben peggio han fatto le varie banconote cartacee il cui valore si è annientato; inoltre la svalutazione dell’argento nei secoli è avvenuta in modo lento e graduale e non improvvisamente come per la carta-moneta, i cui possessori caddero nella miseria.

Disponibilità

Campione di argentite, minerale in cui è presente argento.

L’argento si trova in natura sia allo stato nativo che combinato in composti con lo zolfo, l’arsenico, l’antimonio o il cloro in svariati minerali (ad esempio, l’argentite, Ag2S, o l’argentopirite, AgFe2S3).

Giacimenti d’argento si trovano in CanadaAustralia e negli Stati Uniti ma la massima produzione negli ultimi due secoli si è avuta in Messico dalla miniera di Guanajuato. Il Messico risulta il principale produttore di argento al mondo, con 186.2 milioni di once prodotte nel 2016, seguito da Perù e Cina.[2] Ad Aspen, nel Colorado, è stato estratto un blocco di 380 kg, e vanno segnalati anche, per la loro bellezza, i cristalli di Kongsberg, in Norvegia. In Italia l’argento è stato estratto in Calabria, a Longobucco[3] e in Sardegnain vari giacimenti del Sarrabus.

Oltre che dai minerali, l’argento si ottiene anche dalla raffinazione elettrolitica del rame.
L’argento di grado commerciale è puro al 99,9%, sono disponibili gradi di purezza fino al 99,999%.

Isotopi

L’argento che si trova in natura si compone di due isotopi stabili107Ag e 109Ag, di cui il primo è il più abbondante (51,839%).

Dell’argento sono stati individuati 28 isotopi radioattivi, i più stabili di essi sono 105Ag, con un’emivita di 41,29 giorni, 111Ag (7,45 giorni) e 112Ag (3,13 ore). Tutti gli altri hanno tempi di dimezzamento inferiori all’ora e la maggior parte di essi inferiore a 3 minuti. Questo elemento ha anche numerosi metastati, i più stabili dei quali sono 128Ag (emivita: 418 anni), 110Ag (249,79 giorni) e 107Ag (8,28 giorni).

Gli isotopi dell’argento hanno pesi atomici compresi tra i 93,943 u di 94Ag ai 123,929 u di 124Ag. La principale modalità di decadimento degli isotopi più leggeri di 107Ag è la cattura elettronica con conversione in palladio, mentre per gli isotopi più pesanti è il decadimento beta con conversione in cadmio.

L’isotopo 107Pd decade con emissione di raggi beta a 107Ag con un’emivita di 6,5 milioni di anni. Le meteoriti di ferro sono gli unici corpi aventi un rapporto palladio/argento sufficientemente alto per poter produrre variazioni misurabili dell’abbondanza di 107Ag. L’argento-107 di fonte radiogenica è stato individuato per la prima volta nel 1978 nella meteorite di Santa Clara, in California.
Gli scopritori hanno suggerito che la coalescenza e la differenziazione dei piccoli pianeti con nucleo di ferro sia avvenuta 10 milioni di anni fa dopo un evento nucleosintetico. La correlazione tra 107Ag e 107Pd osservata in corpi celesti che erano fusi durante l’accrezione del sistema solare riflette la presenza di nuclidi instabili nel sistema solare primordiale.

Titolo dell’argento

Una teiera in argento 925/1000 risalente al 1879.

Per titolo si intende la percentuale minima di argento puro presente nella lega metallica che compone un oggetto. In virtù della bellezza e lucentezza di questo metallo prezioso, sin dai tempi antichi, è stato utilizzato per monete, posate, vasellame, monili e altro. I lingotti d’argento che sono in commercio hanno normalmente titolo 999/1000, la lega è composta cioè del 99,9% d’argento puro. La maggior parte di gioielli e di oggetti per la casa hanno invece titolo 800, 835 e 925. Questi numeri indicano la percentuale minima di argento puro che, combinato con altri metalli, compone l’oggetto. L’argento marchiato o punzonato 925, che in inglese è definito Sterling Silver, indica una composizione garantita di 925 parti minime di argento e 75 massime di qualsiasi altro metallo. In genere la componente in rame è preponderante tra gli altri metalli usati. Per particolari lavorazioni viene usato nella lega anche lo zinco in percentuali massime dello 0,5%. Il marchio 800 indica una composizione garantita di 800 parti minimo di argento puro e di 200 parti massimo di rame e altri minerali. Il titolo 835 è stato usato per molte monete d’argento, quali le 500 lire con le caravelle coniate dal 1957 dalla Zecca italiana.

Marchi e punzoni

Marchi riportati su un manufatto in argento

In ogni paese esiste una disciplina legale sui marchi che devono essere riportati sugli oggetti d’argento a garanzia degli acquirenti. Ad esempio in Inghilterra, già dal 1544 il simbolo dell’argento non è un numero come 800 o 925, ma una figura di leone passante verso sinistra. In Italia vigevano diversi simboli e sistemi a seconda dei periodi e delle dominazioni e solo a seguito dell’unità d’Italia furono soppressi i vari punzoni degli stati preunitari. Con legge del 2 maggio 1872 fu introdotta una punzonatura di garanzia facoltativa, una testa di donna turrita che, se riportava il numero 1 alla base indicava il titolo 950, con il numero 2 il titolo 900, con il numero 3 il titolo 800. Con legge del 5 febbraio 1934 vengono imposti due punzoni. Il primo, ad esempio 800, racchiuso in un ovale, che indicava il titolo, ed un secondo punzone che doveva contenere il numero dell’argentiere e la provincia, separati da un fascio littorio e racchiusi in una losanga tronca. Nel 1944 viene eliminato il fascio littorio mantenendo invariato il sistema del doppio punzone. Ad esempio un oggetto che ha un punzone con un 800 racchiuso in un ovale affiancato da un secondo punzone che, all’interno di una losanga tronca, contiene la dicitura 1 BO ci dice che l’oggetto è d’argento 800 ed è stato fabbricato dall’argentiere di Bologna che aveva ottenuto il numero 1. Se troviamo i punzoni 925 nell’ovale e 79 PA nella losanga tronca significa che il nostro oggetto è d’argento 925 su 1000 ed è stato fabbricato dall’argentiere 79 di Palermo. Con legge del 30 gennaio 1968 c’è una lieve modifica del punzone del produttore che da losanga tronca diventa esagono allungato in cui deve comparire una stella (simbolo della Repubblica) il numero e la provincia dell’argentiere. Per esempio <* 79 PA> indica che l’oggetto è stato fabbricato dopo la legge del 1968 ed il decreto attuativo del 1970. Questa punzonatura è quella tuttora vigente. Con legge 22 maggio 1999 è stato introdotto un nuovo punzone per i casi in cui l’argento sia esterno ed a copertura di altro materiale. Immaginiamo un coltello d’argento. Di solito la lama e l’interno del manico sono di acciaio. Quindi l’argento è limitato ad una lamina esterna al manico. L’interno può anche essere riempito di resina o altro materiale. In questo caso il nuovo punzone, una lettera R racchiusa in un quadrato, ci indica che il manico è “riempito” di altro materiale non prezioso. Vicino alla R deve essere indicata la quantità d’argento minima e massima seguita da una g (grammi). Quindi  R  3-5 g sta ad indicare che l’oggetto “riempito” ha da 3 a 5 grammi d’argento. Nulla vieta di aggiungere loghi o simboli dell’argentiere.

Precauzioni ed effetti sulla salute

Sebbene l’argento abbia, in esperimenti in vitro, mostrato un effetto germicida e battericida, gli effetti dell’argento sulla salute umana possono essere molto deleteri.

I composti dell’argento possono essere assorbiti nel sistema circolatorio e depositarsi in diversi tessuti dell’organismo portando all’argiria. Questa malattia si manifesta, inizialmente, con la comparsa sulla pelle di una colorazione grigio-nera permanente dovuta alla formazione superficiale di Ag e di Ag2S; successivamente insorgono bronchiti croniche, danni renali e sclerosi delle arterie. Per ingestione orale, l’intossicazione è rapida e provoca in progressione: vomito, dolori addominali, gastroenterite, collasso e morte. Per esempio, il AgNO3 ha un effetto letale, in un individuo adulto, qualora venga ingerito alla dose di circa 10 g. Lo ione argento interagisce anche con gli acidi nucleici (DNARNA) instaurando legami soprattutto a livello delle basi azotate.

Anche quando l’argento è inalato può provocare seri problemi al corpo umano.

L’argento non ha alcun ruolo negli equilibri biologici degli esseri umani.

Zaffiro

Lo zaffiro (pronuncia: zaffìro o zàffiro è una varietà di corindone, che chimicamente è ossido di alluminio (Al2O3fortemente allocromatico. Presenta durezza 9 sulla Scala di Mohs.

Il termine zaffiro (privo di altri aggettivi) identifica la varietà blu-azzurra del corindone, ma la stessa denominazione viene frequentemente utilizzata, unitamente a un aggettivo, per identificare qualunque sua colorazione diversa da quella blu (ad esempio la varietà rubino). Gli zaffiri possono possedere infatti i colori più diversi, dal rosa all’arancio, al porpora, al verde, al giallo fino al bianco incolore.

Una volta i corindoni colorati prendevano il nome di altre pietre, seguito dal suffisso “orientale” (ad esempio i termini ametista orientale e smeraldo orientale sono oggi identificati con i nomi di zaffiro viola e zaffiro verde).
Altre varietà sono quella arancione, chiamata padparadscha, la più preziosa varietà di corindone, l’armofane di colore grigio opaco e lo zaffiro incolore conosciuto come leucozaffiro.

Il colore blu-azzurro tipico della gemma deriva da inclusioni di ematite e rutilo. Nel caso in cui le inclusioni si orientassero in modi particolari, si può presentare il fenomeno dell’asterismo (come da foto).

Si può trovare in natura in rocce metamorfiche derivanti da rifusione di un micascisto, di una quarzite o di un calcare, in magmi poveri di silice e nei loro rispettivi depositi alluvionali. Questi ultimi sono i principali giacimenti oggi sfruttati. Si ricorda a proposito i giacimenti australiani, dello Sri Lanka, della Birmania e della Thailandia. In Italia si trovano piccoli cristalli di zaffiro nella calcite del Terminillo.

Lo zaffiro può essere prodotto sinteticamente con 5 tipi di sintesi. Per distinguere lo zaffiro naturale da quello sintetico, si effettua un esame al microscopio delle inclusioni interne e ad analisi spettrometriche e spettrofotometriche.

Il taglio più diffuso per tale gemma è quello sfaccettato ovale o tondo, ma non sono escluse altre tipologie, come quella a cuore o a baguette, oppure – senza sfaccettatura – a cabochon. Tra le gemme di dimensione eccezionale più celebri, va citato lo “Star of India“, di 563 carati, conservato presso il Museo di Storia Naturale di New York.

Vacheron Constantin

La Vacheron Constantin fu fondata il 17 settembre 1755 nel quartiere ginevrino di Saint-Gervais dall’orologiaio Jean-Marc VacheronInizialmente il laboratorio orologiaio era composto da Jean-Marc e da un suo apprendista. Risale all’anno della fondazione l’unico orologio della manifattura a recare la firma del fondatore. Nel 1785 subentrò alla guida dell’attività il figlio del fondatore, Abraham Vacheron. Durante gli anni della sua amministrazione l’attività, poi passata al figlio Jacques Barthélémi, ampliò la propria produzione. Risale al 1790 la prima complicazione realizzata dalla manifattura. Jacques Barthélémi Vacheron, nipote del fondatore, subentrò al padre nel 1810: da allora inizia la produzione di esemplari più complicati, tra i quali si ricordano gli orologi in grado di produrre melodie differenziate.

Esponendo in vari Paesi, riuscì ad affascinare clienti del calibro di Carlo Alberto di Carignano. Nel 1819 entrò a far parte della società François Constantin, che si occupò degli aspetti commerciali. È sua la paternità del motto della manifattura, che da questo momento assume il nome Vacheron&Constantin. Nonostante l’esportazione di orologi in direzione degli USA fosse già cominciata nel 1811, solo nel 1832 apre il suo ufficio newyorchese il primo agente di commercio con sede americana, John Magnin. Tre anni dopo l’attività si estende anche in America del Sud. Nel 1875 l’azienda si trasferì nei nuovi locali in Rue des Moulins, dove ancora oggi è situata la sede; l’azienda occupa attualmente circa 400 dipendenti. Nel 1880 compare per la prima volta il logo a forma di croce di Malta. Rispettivamente nel 1884 e nel 1889 vengono realizzati il primo orologio da tasca a double face e il primo orologio da polso da donna. Nel 1906 apre la prima boutique. Nel 1921 venne creato un orologio da polso per il mercato americano, oggi riproposto col modello American 1921 e noto per il suo quadrante con numeri disposti in modo alternativo, ruotati di circa una posizione in senso orario.

La manifattura si è sovente dedicata alla produzione di orologi ultrapiatti. Nel 1955 viene creato un movimento a carica manuale dello spessore di soli 1,64 millimetri. Nel 1968 il risultato venne replicato con un movimento a carica automatica, dell’eccezionale spessore di 2,45 millimetri. Nel 1992 viene realizzato un movimento a ripetizione di minuti (identificato col nome di Calibro 1755) dallo spessore di soli 3,28 millimetri. Nel 1996 debutta invece la linea sportiva Overseas.

Oro ai minimi

Oro ai minimi

Incurante delle tensioni internazionali, l’oro continua a perdere terreno. Ieri, nella quarta seduta consecutiva di ribassi, il metallo è sceso fino a 1.220,81 dollari l’oncia, il minimo da un anno.

Rispetto al picco di metà aprile la flessione supera il 10% e l’analisi tecnica suggerisce la possibilità di un’ulteriore discesa, specie se il dollaro continuerà a mantenersi forte.

L’ultimo affondo è stato provocato dalla testimonianza al Congresso Usa del presidente della Fed, Jerome Powell, che ha confermato le attese di rialzo dei tassi. Pesano sull’oro anche le minori aspettative di inflazione, dopo che il prezzo del petrolio Brent è sceso ai minimi da tre mesi, sotto 72 $/barile.

C’è comunque un numero di esperti che considera ormai eccessiva la debolezza del lingotto. Il 17% dei gestori nel sondaggio mensile effettuato da Bank of America Merrill Lynch ritiene che le quotazioni siano troppo basse e che non rispecchino più i fondamentali. La percentuale di “contrarian” è la più alta mai registrata dal sondaggio e la stessa Baml si schiera dalla stessa parte, consigliando di andare «lunghi sull’oro e corti sui titoli tecnologici Usa».

Una nota di Julius Baer richiama anche l’attenzione sulla forte esposizione ribassista degli speculatori, che potrebbe essere terreno fertile per un rimbalzo delle quotazioni dell’oro. «Le posizioni corte dei trader speculativi, come gli hedge funds, sono vicine a livelli record – scrive l’analista Carsten Menke – Con il dollaro che secondo le attese potrebbe invertire la rotta, attenuando la tensione al rialzo sul rendimento dei bond, nel medio lungo termine per l’oro dovrebbero aprirsi opportunità di acquisto».

Audemars Piguet

AUDEMARS PIGUET

Una discendente dei fondatori, Jasmine Audemars pronipote di Jules-Louis Audemars, è nel 2013 a capo del Consiglio di Amministrazione dell’azienda.

Il marchio è presente in 88 paesi, ha 1.200 dipendenti (di cui 900 in Svizzera) e dispone di una dozzina di filiali che assieme a 23 negozi assicurano la commercializzazione dei prodotti in tutto il mondo. L’azienda produce oltre 26.000 pezzi all’anno, interamente confezionati a mano.

È stato lo sponsor principale del Team Alinghi durante le edizioni dell’America’s Cup del 2003 e del 2007.

Storia

Le origini 

Il 17 dicembre 1875, Jules-Louis Audemars decide di aprire una bottega di orologeria nella fattoria di famiglia situata a Le Brassus, nella Vallée de Joux, nel Canton Vaud, in Svizzera, dopo aver seguito un apprendistato in orologeria presso suo padre. Jules-Louis si occupa del ripasso degli orologi a complicazione, con la responsabilità del controllo finale degli articoli prima della commercializzazione.

Gli ordini cominciarono ben presto ad arrivare, per cui Audemars chiese aiuto a un vecchio compagno di studi, Edward-Auguste Piguet, che aveva pure appreso in famiglia la tecnica dell’orologeria.

I due lavorarono assieme per sei anni, finché decisero di associarsi per creare e vendere i propri modelli. Il 17 dicembre 1881 decisero di firmare un contratto per la costituzione della loro azienda e fondano la fabbrica di orologi “Audemars Piguet & Cie”.

Sviluppo

Fin dall’inizio l’azienda si specializzò nella produzione di orologi a complicazione e meccanismi di precisione. Jules-Louis Audemars e Edward-Auguste Piguet costruirono la loro fama grazia alla qualità del loro lavoro e alla modernità dei loro orologi. Jules-Louis si occupava della produzione, mentre Edward-Auguste apportava il tocco finale ai prodotti, indirizzati a un pubblico alto di gamma che apprezza le loro creazioni originali. Audemars Piguet punta all’innovazione, arrivando anche a personalizzare i modelli per i propri clienti.

A partire dal 1882, Audemars Piguet presenta i primi modelli con calendario perpetuo, ripetizione dei minuti e cronografo. L’azienda comincia ad assumere nuovo personale e si specializza negli orologi a suoneria. Ben presto i due fondatori riorganizzano i loro compiti: Jules-Louis continua ad occuparsi della produzione, mentre Edward-Auguste si dedica allo sviluppo commerciale dell’azienda.

Lo sviluppo internazionale 

La società aprì la prima filiale a Ginevra nel 1885. Nel 1888, la gamma prodotti viene venduta in negozi indipendenti a BerlinoNew YorkParigi e Buenos Aires. L’entrata ufficiale sul mercato francese avviene l’anno successivo, quando l’azienda presenta la sua collezione di orologi da taschino all’Esposizione universale di Parigi del 1889Con 70 dipendenti, Audemars Piguet diviene il terzo più importante datore di lavoro del Canton Vaud.

Nel 1891, l’azienda presenta il più piccolo ripetitore a movimenti del mondo, con solo 18 mm di diametro. Nel 1892 viene realizzato il primo orologio da polso con ripetizione dei minuti, in seguito a una richiesta di Louis Brandt della fabbrica di orologi Helvetia. Si tratta di un’innovazione mondiale. L’anno seguente l’azienda decide di dedicarsi alla produzione di orologi da polso.

Nel 1899, l’azienda lancia un orologio da taschino a grande complicazione. Le funzionalità comprendono una grande e una piccola suoneria, un meccanismo di ripetizione dei minuti con carillon, la sveglia, calendario perpetuo e cronografo.

Lo scoppio della prima guerra mondiale porta a un rallentamento della produzione e dello sviluppo di nuovi modelli.

La ripresa dopo la Prima guerra mondiale 

Dopo la morte di Audemars e di Piguet, rispettivamente nel 1918 e 1919, la società continuò a crescere ed ottenne un notevole successo al punto che altri marchi come Tiffany & Co.Cartier e Bulgari, acquistavano orologi dalla Audemars Piguet e li rivendevano col loro nome. Oggi questi orologi sono identificabili guardando il loro numero di serie.
Più tardi Audemars Piguet lanciò sul mercato vari orologi, come il più piccolo ripetitore di minuti al mondo e nel 1925 l’orologio da tasca più sottile da 1,32 mm. Tre anni più tardi l’azienda creò il primo orologio scheletrato. Tra la fine degli anni ’20 e l’inizio dei ’30, Audemars Piguet come molte altre aziende accusò il periodo di crisi e il crollo del mercato azionario, entrando in un periodo buio.
Durante la Seconda Guerra Mondiale l’azienda fu in grado di tornare prepotentemente sul mercato grazie alla produzione di un cronografo ultra sottile il cui movimento era il Calibro 2003. Le vendite incrementarono tra gli anni ’40 e ’50, ed insieme a Jaeger-LeCoultre progettò il movimento automatico più sottile allora in produzione, con al centro un rotore in oro da 21 carati. Il Royal Oak, noto orologio di lusso in acciaio è stato invece introdotto nel 1972 e fu progettato da Gerald Genta.
Da molti anni la casa produce anche una linea di gemelli da uomo.

L’azienda Audemars Piguet è composta da 1100 dipendenti, ha 14 centri di distribuzione e 16 boutique in tutto il mondo, e comprende tre siti di produzione: Le Brassus (SA de la Manufacture d’Horlogerie Audemars Piguet & Cie), LeLocle (Audemars Piguet: Renaud et Papi SA) e Meyrin (Center SA). In totale Audemars Piguet produce circa 30.000 orologi l’anno.

 

 

Il potere di un bene incorruttibile

Monete virtuali come Bitcoin, ma anche Ether, Ripple. Obbligazioni, titoli di Stato, azioni, derivati finanziari. Polizze, Pir (piani individuali di risparmio), fondi comuni. Lo stesso semplice contante, il denaro. Eppure in economia il re unico e incontrastato resta uno soltanto. Il simbolo più potente. L’emblematica immagine della ricchezza, tramandato da miti e favole dal re Mida a Giasone a Danae. L’oro. Ecco perché un banchiere centrale come Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni-Ivass ha scritto un libro intitolato proprio Oro (il Mulino). Abituato a occuparsi di numeri, ma dotato di quella cultura trasversale che ne fa uno degli intellettuali ed economisti più acuti del nostro Paese, Rossi usa il metallo giallo per raccontare una storia che è la storia delle comunità, dello sviluppo delle nazioni, dell’allocazione delle risorse, dell’economia insomma, che ha iniziato a muoversi e si muove grazie a un motore troppo spesso dimenticato, o perlomeno dato per scontato, che si chiama «fiducia». Salvatore Rossi è direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni – IVASS

Non usa il linguaggio del club degli economisti. Un club i cui vizi, soprattutto di linguaggio, John Lanchester ha svelato in un divertente pamphlet del 2014 edito della Faber & Faber How to Speak Money. Così come nei suoi precedenti libri (l’ultimo Che cosa sa fare l’Italia, con Anna Giunta, Laterza) Rossi preferisce parlare a chi le pagine economiche dei quotidiani non le frequenta spesso, convinto che attraverso aneddoti e racconti il sapere si diffonda in modo più divertente e veloce. «Chi possedeva un pezzetto (di oro…), fosse sotto forma di moneta o ornamento, sapeva di poter avere fiducia, di potersi fidare del fatto che chiunque altro avrebbe accettato quel pezzetto di metallo in cambio di altri beni utili, in qualunque angolo del mondo conosciuto, nel tempo presente ma anche nel futuro». Il denaro è sembrato, con quel suo essere l’esempio più estremo e plastico della fiducia, soppiantarne la funzione. E per l’oro l’incontro con un bene «terzo, neutro che tutti accettano in cambio dei propri beni» poteva rappresentare la fine. Così non è stato. Nemmeno quando la finanza che tutto è parsa ingoiare l’ha gettato nel mondo arcaico e poco sexy delle commodity.

Dell’oro non sanno fare a meno i risparmiatori frastornati da mercati volatili che in preda a demoni sconosciuti e incompresi oscillano senza ragioni apparenti. Ma non ne fanno a meno anche le banche centrali. Anzi. In questo c’è un primato che l’Italia, più abituata a deridersi e a sottovalutarsi che ad apprezzarsi, può vantare. La Banca d’Italia è il quarto detentore al mondo di riserve auree, dopo la Federal Reserve americana, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. 2.452 tonnellate, racconta Rossi che ha avuto e ha il privilegio di aver «visto» l’oro italiano. Solo una parte però, perché a Palazzo Koch, sede dell’istituto di vigilanza, ci sono «solo» 1.100 tonnellate, il 45%. Un altro 43%, 1.062 tonnellate sono negli Stati Uniti, 149 sono in Svizzera, altre 141 sono nel Regno Unito. Perché non sono in Italia? E perché in quei Paesi? Il motivo è semplice: costa ed è complesso trasportare l’oro da dove magari lo si è comprato al proprio Paese. Si pensi solo ai problemi di sicurezza che porrebbe. Nel 2012 la Germania decise che almeno la metà (come l’Italia) del suo oro dovesse essere conservato sul suolo tedesco. L’operazione però si è conclusa solo lo scorso agosto.

Ma quanto valgono le riserve auree italiane? Circa 87 miliardi di euro. Oltre 90 miliardi di dollari sotto forma di lingotti, la maggior parte a sezione trapezoidale con un peso che va da un minimo di 4,2 a un massimo di 19,7 chili, ci sono anche 4 tonnellate di monete (900 mila pezzi). E perché ce le teniamo? Per lo stesso motivo per il quale nei mesi caldi successivi all’8 settembre del 1943 si tentò di nasconderne la metà custodita nelle «sacrestie» della Banca d’Italia. Il caveau, enormi stanze vuote ma circondate da intercapedini nei quali si sarebbe potuta preservare la riserva dai possibili raid (che avvennero) dei tedeschi. Perché, come scrive Rossi, l’oro è come l’argenteria di famiglia, l’orologio prezioso del nonno: l’estrema risorsa in caso di crisi. Un’altra prova la si ebbe negli anni Settanta.

In un clima politico e sociale che in quegli anni si stava inasprendo, l’Italia veniva vista come un Paese poco sicuro. Iniziò una fuga di capitali verso l’estero. La crisi petrolifera aveva proiettato il mondo intero in un clima di incertezza mai affrontata prima. Ma era il nostro Paese a fare da vaso di coccio. La Banca d’Italia in quei mesi si risolse a chiedere un prestito per tamponare le falle aperte dalla fuga dei capitali nelle riserve ufficiali. Solo i tedeschi erano disposti a concedercelo. Ma su pegno di oro. Il 31 agosto del 1974 si firmò il contratto. Restituimmo tutto quattro anni dopo. Il nostro Paese ne fu segnato nel bene e nel male. Ma fu grazie a quel metallo custodito nelle sacrestie di Palazzo Koch, un metallo che non arrugginisce e non si altera nel tempo e cioè è «incorruttibile», che il nostro Paese si salvò.

La Sterlina

Breve storia della Sovrana

Sovrana sterlina d'oro

Sovrana (in inglese: Gold Sovereign) è il nome di una moneta d’oro inglese emessa per la prima volta nel 1489 da Enrico VII ed ancora in produzione. La moneta aveva il valore nominale di una sterlina o 20 shilling, ma in realtà era in primo luogo un pezzo d’oro senza indicazione del valore. Il nome “sovereign” deriva dal maestoso ritratto impresso moneta, uno dei primi a mostrare il re di faccia seduto in trono, mentre al rovescio era rappresentato lo stemma reale con la rosa dei Tudor. In Italia è comunemente indicata col nome di Sterlina d’Oro.

Le sovrane originali erano d’oro a 23 carati (96%) e pesavano 240 grani o mezza oncia troy (15,6 grammi). Enrico VIII ridusse la purezza a 22 carati (92%), che divenne (e rimane) lo standard delle monete d’oro (cosiddetto crown gold) sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti; il peso della sovrana fu ripetutamente abbassato fino a quando, con la legge del Great Recoinage emessa nel 1816, il contenuto di oro fu fissato agli attuali 113 grani (7,3224 grammi), equivalenti a 0,235421 oncia troy. Oltre alla sovrana la Royal Mint coniò anche la moneta da 10 shilling (mezza sovrana), quella da £2 (doppia sovrana) e quelle da £5 (quintupla sovrana). Solo la sovrana e la mezza sovrana erano normalmente coniate per la circolazione.

La coniazione della sovrana fu interrotta dopo il 1604, sostituita prima dalla Unite, poi dal Laurel, ed infine dalla Ghinea. La produzione della sovrana iniziò di nuovo nel 1817, e il nuovo rovescio era quello con San Giorgio che uccide il drago, inciso da Benedetto Pistrucci. Lo stesso disegno è ancora in uso nella sovrana d’oro coniata nel Regno Unito, anche se altri rovesci sono stati usati durante il regno di Guglielmo IV, Vittoria, Giorgio IV ed Elisabetta II.

Nel periodo vittoriano era abitudine della Bank of England di ritirare dalla circolazione le sovrane e le mezze sovrane rovinate e riconiarle. Di conseguenza anche se sono state coniate un miliardo circa di pezzi, questo numero include quell’oro che è stato coniato e riconiato più volte. Si stimava che un pezzo potesse circolare per circa 15 anni prima che il peso diminuisse al di sotto del minimo previsto perché la moneta non perdesse il suo valore legale. In particolare era la mezza sovrana che circolava nell’Inghilterra vittoriana. Molte sovrane invece passarono il loro tempo nei caveau delle banche. Si è stimato che solo l’1% di tutte le sovrane d’oro che sono state coniate, siano ancora in condizione da poter essere collezionate. Nel 1891 si decise che le monete sotto peso sarebbero state sostituite con monete nuove. Contemporaneamente le monete battute prima del 1837 furono dichiarate fuori corso. Questo oro fu riconiato in 13.680.486 mezze sovrane nel 1892 e in 10.846.741 sovrane nel 1900 (entrambe alla sede di Londra della Royal Mint).

I coni di dritto delle sovrane nel XIX secolo furono usati, quando erano troppo usurati, per coniare il farthing (un conio di dritto produce in genere 100.000 monete). La sovrana fu coniata in grandi quantità fino alla prima guerra mondiale, quando il Regno Unito uscì ufficialmente dal gold standard. Da allora e fino al 1932, le sovrane furono prodotte solo alle sedi di Melbourne, Sydney, Perth, Bombay, Ottawa e Pretoria (escluse alcune nel 1925 prodotte a Londra nel quadro del tentativo fallito di Winston Churchill di tornare al gold standard). L’ultima emissione regolare fu quella del 1932 a Pretoria. La produzione fu ripresa nel 1957, sembra per prevenire la produzione di monete contraffatte in Siria ed Italia. Alcune pubblicazioni del tesoro sembrano indicare che le sovrane erano ampiamente usate per sostenere la politica estera britannica nel Medio Oriente ed era importante che queste monete mantenessero il loro standard, giacché diverse persone ricevevano sotto forma di sovrane il pagamento dei loro servigi al governo britannico.

La sovrana è stata prodotta come moneta-lingotto fino al 1982. Da allora fino al 1999, furono prodotte solo monete con fondo a specchio ma dal 2000 è stata anche ripresa la monetazione precedente. Attualmente la sovrana è coniata alla Royal Mint in Pontyclun, Mid-Glamorgan, Galles. Le monete sono prodotte con il metallo prezioso che è custodito separatamente dal resto della zecca. Questa a sua volta è protetta dalla polizia del Ministero della Difesa. Agli impiegati non è permesso di usare nessun tipo di monete metalliche all’interno della zecca; le monete sono sostituite da gettoni di plastica.

L’oro perché ha valore

L’oro ha valore perché è assoluta materialità e assoluta immaterialità al tempo stesso. Un bel paradosso. Che l’oro valga perché è materia nobile è cosa ben nota. Settantanovesimo elemento della tavola periodica degli elementi di Mendeleev, estratto con fatiche immani dalle viscere della terra, è un metallo raro e incorruttibile nel tempo. Forse l’anello o la fede che state portando al dito è fatta di oro estratto duemila anni fa e fuso e rifuso nel tempo. Rarità e incorruttibilità ne giustificano il valore.

Ma ha anche valore per la sua immaterialità. Perché è un simbolo di sacralità e ricchezza. Perché garantisce nell’immaginario la moneta in circolazione (nell’immaginario perché le banconote non sono più convertibili). E perché essendo raro, chi lo detiene in grandi quantità non può venderlo senza farne crollare il prezzo.

Il paradosso dell’oro è raccontato in un istruttivo e agile libretto da Salvatore Rossi. Essendo, l’autore, il Direttore Generale della Banca d’Italia, l’oro in quanto materia lo conosce meglio anche dei più grandi orafi o tentati alchimisti. È il custode, infatti, con gli altri membri del Direttorio, delle riserve auree della nostra Banca Centrale, 2.452 tonnellate, di cui la metà circa nei forzieri di Palazzo Koch a Roma e l’altra metà sparsa per i caveau di mezzo mondo. Stiamo parlando della quarta riserva d’oro al mondo, dopo la Bundesbank tedesca, la Federal Reserve americana e il Fondo Monetario Internazionale.

Dal caveau della Banca d’Italia parte infatti la narrazione di Rossi. Un luogo inaccessibile, circondato da fossati inattaccabili dalla più accanita banca del buco, a cui si arriva attraverso un’infinità di botole, scale e scalette e porte blindate, per aprire le quali ci vogliono molte chiavi, custodite ciascuna da persone di cui solo Rossi e pochi altri conoscono l’identità. Negli inferi di palazzo Koch, aperta l’ennesima botola, ci sono infine le stanze del tesoro. Scaffali e scaffali e pile di lingotti ovunque. Lingotti di forme diverse, memoria di tutta la storia del ventesimo secolo: americani, sovietici con la falce e il martello e tedeschi con la svastica. Accumulati come riserve valutarie grazie ai surplus della nostra bilancia commerciale e per acquisti deliberati della Banca Centrale, fino ai tempi di Guido Carli nel 1973.

Ogni lingotto potrebbe raccontare una storia diversa e forse appassionante. Certamente quelli con la svastica. L’oro già italiano, trafugato dai tedeschi nel 1943 e in buona parte, dopo mille traversie degne del film Monuments Men (il recupero dei tesori d’arte francesi rubati dai nazisti), restituito dopo la guerra.

L’oro delle banche centrali e il suo ruolo nei sistemi monetari è quello che meglio racchiude la sintesi tra materialità e immaterialità. Per quel che si sa, l’oro è stato coniato in moneta per la prima volta in Lidia nel 550 a.c. Essendo non semplice da trasportare, in epoca moderna si sono sviluppate le ben più pratiche banconote. Sostanzialmente un titolo di proprietà su una quantità precisa dell’oro dello Stato, garantito dal Sovrano, e scambiabile con altre valute. È l’epoca del “Gold Standard”, finito con la Prima guerra mondiale e definitivamente archiviato, anche se in edizione riaggiornata, nel 1971 con la fine del dollar standard, che garantiva la convertibilità di ogni valuta in oro attraverso i dollari. Da quel momento in poi la quantità di moneta di circolazione non è più legata all’oro posseduto dalle banche centrali. Le banconote in sé sono diventate riserva di valore.

Ora, perché, si chiede Rossi, nonostante ciò, i caveau della Banca d’Italia e di molte altre banche centrali sono pieni d’oro? Perché, nel momento in cui la moneta diventa banconota non convertibile in oro, dunque un foglio di carta con valore intrinseco, ma senza nessuna materialità, l’oro dei caveau acquisisce una funzione di riserva simbolica. I materialissimi lingotti di Palazzo Koch a questo punto valgono soprattutto per il loro immateriale significato simbolico.

Simbolico perché, per quanto l’Italia abbia quasi il 10% delle riserve auree mondiali, il loro valore (circa 91 miliardi) è di entità non significativa rispetto alla dimensione delle attività economiche oggi. Il debito pubblico del nostro Paese supera i 2.300 miliardi di euro. E simbolico perché non potrebbe essere venduto. La quantità di oro disponibile sul mercato è poca. Se venissero riversate le 2.450 tonnellate di oro italiano, il prezzo e dunque il suo valore effettivo, crollerebbe. Per questa ragione, dopo un goffo tentativo della Banca d’Inghilterra di vendere buona parte del proprio oro nel 1999, che ne fece crollare il prezzo, le Banche Centrali si sono accordate per tenere le proprie riserve e non venderle.

Nel trattato di costituzione della banca centrale Europea uno dei punti fondamentali è il conferimento di una parte delle riserve auree delle banche centrali nazionali, parte dell’eurosistema. Il che dimostra quanto sia ancora importante questo valore simbolico.

Il libro di Rossi esplora anche il significato più ampio dell’oro come denaro e strumento di ricchezza e il suo ruolo nell’evoluzione della società e dei sistemi economici moderni. Dice Rossi: «Credito, assicurazione e denaro hanno insegnato all’uomo, all’inizio della sua storia, a pensare il divenire del tempo».

Il ruolo fondamentale che denaro e ricchezza, come risparmio e investimento, hanno nel generare lo sviluppo nel tempo della società. Se l’oro della fede che portate al dito potrebbe avere 2000 anni, si può ben capire perché la materialità/immaterialità di questo metallo sia davvero la sintesi migliore di questo processo evolutivo.

Graff Diamonds acquista antico diamante grezzo

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Il diamante grezzo da 373,72 carati acquistato da Graff Diamonds

Un nuovo passo nella missione di produrre pietre eccezionali: Graff Diamonds ha comunicato di aver acquistato un diamante grezzo di 373,72 carati proveniente dalla miniera di Karowe in Botswana. La gemma, classificata come D-color, farebbe parte della Lesedi la Rona, il più grande diamante scoperto nel secolo scorso. Si stima che risalga a 3 miliardi di anni fa, quando la Terra si stava ancora formando.

Laurence Graff, presidente di Graff Diamonds, fa sapere che il suo team di esperti (tra gemmologi e specialisti in taglio) lavoreranno ora la pietra, che ha il potenziale per produrre un diamante lavorato significativamente grande. “Ogni diamante ha uno script interno che dobbiamo leggere e rispettare – ha spiegato -. Ora impiegheremo tempo a scoprire i segreti di questa magnifica pietra. Sapendo che la natura ci ha dato questo dono straordinario, ci prendiamo la grande responsabilità di liberare la sua bellezza interiore”.

Lo scorso anno il gioielliere britannico ha anche presentato Venus, il più grande diamante a forma di cuore del mondo, che pesa 118,78 carati. È stato tagliato a partire da un diamante grezzo di 375 carati e lucidato lungo un periodo di 18 mesi. Tra gli altri “big diamonds” acquistati dalla società figurano anche il Constellation, un diamante rotondo da 102,79 carati, e il Delaire Sunrise, un diamante giallo quadrato che pesa 118.08 carati.

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