Acquisti di oro da parte delle banche centrali ai massimi da oltre 50 anni

L’assalto all’oro da parte delle banche centrali prosegue anche nel 2019. Dopo il boom di acquisti dell’anno scorso un record da oltre 50 anni, legato in buona parte alla diversificazione dal dollaro – il settore ufficiale nel primo trimestre ha accumulato altre 145,5 tonnellate di lingotti, l’incremento più forte dal 2013 per questo periodo dell’anno.

Nei dodici mesi fino a marzo 2019, osserva il World Gold Council (Wgc), le banche centrali nel complesso hanno aumentato le riserve auree di 715,7 tonnellate, per un valore di quasi 30 miliardi di dollari.

A trainare gli acquisti di oro è stata ancora una volta la Russia, con 55,3 tonnellate tra gennaio e marzo, che hanno portato le sue riserve auree a 2.168,3 tonnellate. L’oro costituisce ormai il 19% delle riserve della banca centrale russa. La quota in dollari viceversa è crollata, riducendosi al 22% a fine 2018 secondo Bank of America Merrill Lynch, dal 46% di metà 2017.

L’abbandono del biglietto verde è deliberato e destinato a proseguire. Sergey Shvetsov, vice governatore della banca centrale russa, il mese scorso ha affermato che è necessario «aumentare ancora di più le riserve in oro» di fronte al «persistente rischio di sanzioni» da parte degli Stati Uniti.

Anche la Cina, impegnata in una guerra dei dazi con gli Usa, ha accumulato altre 33 tonnellate di oro nel primo trimestre, dopo che era tornata ad acquistare a dicembre 2018 dopo una pausa di oltre due anni.

L’India è un altro nuovo acquirente, che promette di non essere occasionale. La banca centrale – tornata sul mercato dopo 9 anni nel 2018, con un incremento di 42 tonnellate – ha comprato altre 8,4 tonnellate tra gennaio e marzo. Probabilmente non è una coincidenza che Donald Trump abbia cominciato di recente a minacciare anche New Delhi sul fronte degli scambi commerciali.

Sempre nel primo trimestre il Wgc segnala acquisti di oro significativi anche da parte di altri Paesi: oltre ai “soliti” Kazkhstan e Turchia, ci sono anche l’Ecuador (per la prima volta dal 2014), il Qatar e la Colombia.

L’accumulo di riserve auree si è confermato uno dei principali fattori di traino per la domanda di oro, che nel trimestre è cresciuta del 7% a 1.053 tonnellate. L’altro “motore” è stato quello degli investimenti, con un aumento dei flussi verso Etf e prodotti analoghi del 49% (40,3 tonnellate), in gran parte concentrato in Gran Bretagna, probabilmente per le inquietudini legate alla Brexit.

A dare il colpo di grazia è stata la Federal Reserve, o meglio i commenti del governatore Jerome Powell, che ha escluso qualsiasi variazione dei tassi nei prossimi mesi.

I 5 paesi con le più grandi riserve auree del mondo

I 5 paesi con le più grandi riserve auree del mondo

Il World Gold Council ha pubblicato un  rapporto  sulle disponibilità e flussi globali di fondi di investimento sostenuti da oro. I dati esposti hanno rivelato che gli Stati Uniti sono alla guida dei paesi con le maggiori riserve di questo metallo prezioso, seguito da Germania, Italia, Francia e Russia. In precedenza, l’organizzazione ha annunciato che la proprietà dell’oro da parte delle autorità monetarie è al suo livello più alto in 50 anni e ha sottolineato che lo scorso anno le banche centrali hanno aggiunto circa 651 tonnellate di oro alle riserve, vale a dire un 74 % in più.

5. Russia

Il paese più grande del mondo ha  quadruplicato il suo volume di lingotti d’oro in un decennio, raggiungendo il livello più alto dal 2000: quasi il 20% delle riserve internazionali. La Russia ha rimosso la Cina dalla lista dei cinque principali detentori di oro, e l’anno precedente è diventata il principale acquirente mondiale, accumulando 2.149 tonnellate.

4. Francia

Da parte sua, la Francia ha 2.518 tonnellate del metallo prezioso, che rappresentano circa il 60% di tutte le riserve estere del Paese

3. Italia

Con 2.534 tonnellate di oro nelle sue casse, l’Italia è al terzo posto nelle classifiche. L’importo rappresenta quasi il 70% delle riserve estere della nazione. Secondo la politica economica del paese europeo, l’oro è l’investimento più sicuro in periodi di turbolenza economica e una salvaguardia contro la volatilità del dollaro statunitense.

2. Germania

La Banca centrale tedesca ha attualmente 3.483 tonnellate di oro, che rappresentano oltre il 70% delle sue riserve estere. Questo paese ha cercato di rimpatriare oltre 600 tonnellate di oro conservato dalla Banca di Francia e dalla Federal Reserve Bank degli Stati Uniti, il cui processo dovrebbe concludersi nel 2020.

1. USA

Secondo il rapporto, Washington ha le più grandi riserve auree del mondo, con 8.407 tonnellate. Questa cifra rappresenta il 75% delle sue riserve internazionali.

Balzo dell’oro grazie alla Brexit

La bocciatura dell’accordo sulla Brexit ha fatto salire il prezzo dell’oro che supera ancora una volta la soglia psicologica dei 1.300 dollari l’oncia.

La Brexit spinge al rialzo il prezzo dell’oro. Le quotazioni del metallo prezioso stanno viaggiando oltre la soglia psicologica dei 1.300 dollari l’oncia. Le incertezze legate al percorso che intraprenderà il Regno Unito per dire addio all’Unione Europea dopo la bocciatura dell’accordo da parte del Parlamento britannico, stanno facendo lievitare il prezzo del bene rifugio per eccellenza.

Intanto sul piano politico, i tempi stringono e l’ipotesi di un’uscita dall’Ue senza accordo sembra essere sempre più concreta.

Il prezzo dell’oro sale grazie alla Brexit

Ieri sera il Parlamento britannico ha respinto l’accordo presentato da Theresa May per un’uscita dall’Ue concordata con Bruxelles. La circostanza ha smosso i mercati e il prezzo dell’oro in particolare ha iniziato una vertiginosa salita.

Dopo aver già superato la soglia piscologica dei 1.300 dollari l’oncia nella sessione precedente – quando aveva beneficiato anche di un dollaro piuttosto debole – oggi L’oro sta viaggiando al rialzo e al momento della scrittura il prezzo è pari a 1.308,4 l’oncia con un guadagno dello 0,52%.

Evidentemente, molti investitori stanno optando per investimenti sicuri – e l’oro è il bene rifugio per eccellenza – in un contesto economico legato a numerose variabili, tra cui appunto la risoluzione della Brexit.

Verso una Brexit no deal?

Come detto, il prezzo dell’oro è tornato a salire grazie alla Brexit, o meglio dopo che il Parlamento britannico ha detto nuovamente no all’accordo del primo ministro Theresa May a pochi giorni dalla data clou del 29 marzo: 391 voti contrari verso 242 voti a favore.

Cosa succederà ora, è difficile dirlo. La scadenza per l’uscita del Regno Unito dall’Ue si avvicina e senza il via libera all’accordo non resterebbe che una Brexit dura.

Se Londra deciderà per una Brexit no deal, l’oro sarà sorvegliato speciale.

Prezzo oro, previsioni 2019

Le previsioni 2019 sul prezzo dell’oro: dove andrà la quotazione nei prossimi mesi? Parola agli analisti

A poche settimane dall’inizio del nuovo anno, le previsioni 2019 sul prezzo dell’oro stanno continuando a rincorrersi.

Già il 2017 è risultato piuttosto impegnativo per il bene rifugio, che ha dovuto fronteggiare eventi di portata epocale, dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, fino alle minacce missilistiche della Corea del Nord. Per non parlare poi dell’evoluzione della politica monetaria delle banche centrali, con i tassi di interesse sempre più indirizzati sulla via dell’aumento.

Neanche quello da poco concluso, però, si è rivelato un anno facile per la quotazione del metallo prezioso tanto che gli esperti hanno ripetutamente previsto le proprie previsioni 2018 sul prezzo dell’oro. Rischi geopolitici, cambiamenti di politica monetaria, ipotesi di guerra commerciale, incertezze e novità globali, hanno ampiamente influenzato l’andamento del bene rifugio. Ad oggi, però, le stime 2018 hanno lasciato il passo a nuove previsioni 2019 sul prezzo dell’oro. Il tutto per tentare di rispondere ad una semplice domanda: cosa aspettarsi e come posizionarsi nei prossimi mesi?

UBP: prezzo oro verso la stabilità

Gli ultimi a formulare le proprie previsioni 2019 sul prezzo dell’oro sono stati gli esperti di UBP, secondo cui le quotazioni continueranno a scambiare in preda alla stabilità intorno a quota $1.300 nei prossimi mesi. A sostenere il metallo saranno ancora i timori legati alla guerra commerciale USA-Cina, ma anche le problematiche legate al tetto del debito statunitense e alla volatilità di mercato. La Brexit, il caos in Francia e le nuove politiche monetarie della Fed faranno il resto.“Se anche si raggiungesse un accordo sul fronte della guerra commerciale, il dibattito sul tetto massimo del debito degli Stati Uniti si riaccenderà presto negli Usa, poiché l’attuale limite del debito sarà raggiunto entro il 1° marzo”, hanno affermato gli esperti, aggiungendo: 
“Questo promette di essere acceso come la disputa sullo shutdown e una soluzione sarà difficile da raggiungere. In questo contesto, i prezzi dell’oro potrebbero rimanere positivi per i mesi a venire, resistendo intorno ai 1.300 dollari.”

Le previsioni 2019 di Natixis

Secondo Bernard Dahdah, analista di Natixis, la quotazione del metallo prezioso si riporterà sui $1.350 dollari l’oncia nel 2019, nel momento in cui l’economia statunitense raggiungerà il suo picco e inizierà ad invertire la rotta. L’ottimismo della banca ha trovato ragion d’essere in quel clima di continua incertezza sui mercati finanziari che limiterà la crescita dell’economia nel corso dell’anno – oltre che nella crescente volatilità e nel progressivo indebolimento del dollaro americano.“Gli USA hanno quasi pienamente raggiunto la piena occupazione, quindi le prospettive di crescita del Paese inizieranno a rallentare. Siamo ancora ottimisti ma crediamo che l’economia abbia raggiunto il suo apice”. Nello specifico, le previsioni 2019 di Natixis vedono un prezzo dell’oro a $1.275 l’oncia (in media).

Sprott Inc: l’oro erutterà

Tra i primi a formulare nuove previsioni 2019 sul prezzo dell’oro sicuramente Trey Reik, senior money manager di Sprott Inc., Asset management company canadese secondo cui il metallo prezioso metterà a segno performance stupefacenti. 
Il 2019 sarà l’anno in cui la Federal Reserve smetterà di alzare i tassi di interesse. La nuova politica monetaria della banca centrale metterà sotto pressione il dollaro e, di conseguenza, sosterrà il buon andamento dell’oro che potrebbe anche schizzare sui $1.525.

La view di Goldman Sachs sul 2019

Tassi di interesse e oro

Nel formulare le proprie previsioni 2019 sul prezzo dell’oro, molti hanno fatto notare come l’aumento dei tassi di interesse Fed non sia sempre stato un elemento negativo per la quotazione del metallo prezioso. Durante il ciclo di rialzi 2004-2006, il metallo giallo ha guadagnato il 50%.Per Nicholas Frappell, global general manager di ABC Bullion, l’oro faticherà a dar vita all’atteso rally nel 2019.Una view che potrebbe trovare ragion d’essere anche nella politica più cauta del FOMC.

Schroders: il 2019 sarà positivo?

Secondo le previsioni 2019 Mark Lacey e James Luke di Schroder, l’anno appena iniziato si rivelerà positivo per le materie prime in generale. Per dirla con le loro stesse parole, i mercati hanno fino ad ora ignorato la crescente domanda di oro 
“Se gli effetti dei tassi di interesse più elevati, della crescita più debole dei mercati emergenti e dei mercati azionari e dell’incertezza derivante da una politica commerciale più aggressiva inizieranno a farsi sentire sull’economia USA, l’impatto negativo sulle aspettative dei tassi e del dollaro potrebbero essere profonde.”

Il 2018 dell’oro


(La quotazione da gennaio a dicembre 2018)

Le previsioni 2019 sul prezzo dell’oro stanno continuando a rincorrersi. Esattamente come accaduto nel corso degli ultimi anni, anche in questo caso esse continueranno ad essere modificate.

Prezzo oro 2018 e previsioni per il 2019

Il 2018 dell’oro

Il prezzo dell’oro ha continuato a scambiare sopra i $1.300 fino a 
maggio 2018. Da quel momento in poi la quotazione del metallo prezioso ha invertito il trend arrivando, a metà agosto, a toccare minimi annuali di $1.170 l’oncia. Al tonfo ha fatto seguito un tentativo di recupero che tuttavia non è riuscito a riportare le quotazioni sopra i $1.300.


(La quotazione da gennaio a dicembre 2018)

Per Sprott Inc: l’oro erutterà il prossimo anno

Tra i primi a formulare nuove previsioni 2019 sul prezzo dell’oro sicuramente Trey Reik, senior money manager di Sprott Inc., Asset management company canadese secondo cui il metallo prezioso metterà a segno performance stupefacenti. 
Il 2019 sarà l’anno in cui la Federal Reserve smetterà di alzare i tassi di interesse. La nuova politica monetaria della banca centrale metterà sotto pressione il dollaro e, di conseguenza, sosterrà il buon andamento dell’oro che potrebbe anche schizzare sui $1.525.

Cavallo dorato

Akhal-Teke: il cavallo dorato o levriero del deserto

Forse ognuno di noi, o almeno chi ha un debole per i cavalli, ha sognato di possederne uno con il manto lucido e dorato. In realtà esiste davvero una razza equina che possiede queste caratteristiche. Ci riferiamo, naturalmente, all’Akhal-Teke, un cavallo purosangue, proveniente dal Turkmenistan, noto per il naturale aspetto dorato del suo manto: quello che viene considerato unanimemente il cavallo più bello del mondo. Ma sapete da cosa nasce questo splendido gioco di colori? Sia dalla pelle estremamente sottile che dai peli molto corti e morbidissimi. Infatti la struttura del pelo dell’Akhal-Teke è molto fine e piuttosto insolita, il suo “bagliore” è dovuto alle dimensioni ridotte, o addirittura all’assenza, del nucleo opaco che si trova al centro del fusto del pelo (detto anche asta). La parte trasparente del pelo, o midollo, occupa lo spazio extra e agisce come una fibra ottica, riflettendo la luce da una parte all’altra. Da qui l’aspetto dorato del pelo di questo splendido destriero.

 

Pallone d’Oro 2018

Luka Modric vince il Pallone d’Oro 2018. La voce correva sui social già da qualche giorno e proprio sul web è arrivata la conferma. La lista è stata anticipata e vede il centrocampista croato primo davanti a Cristiano Ronaldo. Al terzo posto Antoine Griezmann.  Il croato, vice Campione del Mondo, interrompe il duopolio CR7-Messi cominciato esattamente dieci anni fa. È il primo croato e giocatore ex Jugoslavia a vincere l’ambito riconoscimento.  Ecco la classifica completa: 1. Modric 753 pt 2.Cristiano 476 3. Griezmann 414 4. Mbappé 347 5. Messi 280 6. Salah 188 7. Varane 121 8. Hazard 119 9. De Bruyne 29 10. Kane 25 11. Kanté 24 12. Neymar 19 13. Suarez 17 14. Courtois 12 15. Pogba 9 16. Aguero 7 17. Bale, Benzema 6 19.Firmino, Rakitic, Ramos 4 22. Cavani, Mané, Marcelo 3 25. Alisson, Mandzukic, Oblak 2 28. Godin 1 29. Isco, Lloris 0. Modric si è già aggiudicato anche il Pallone d’oro del Mondiale 2018, il Best Fifa men’s player, l’Uefa men’s player of the year, il premio miglior costruttore di gioco dell’anno dell’Iffhs e il titolo miglior centrocampista agli Uefa Club Football Awards. A riprova della sua straordinaria stagione, culminata con la terza Champions consecutiva con il Real Madrid e la finale di Coppa del Mondo, il croato è stato inserito nella squadra della stagione della Uefa Champions League, nell’undici ideale Fifa Fifpro World XI per la quarta volta di seguito e nell’All Star team del Mondiale.

Filoni esauriti

Nell’industria dell’oro sono davvero tempi duri, anche per i giganti. Le minerarie aurifere senza dubbio hanno commesso molti errori nel passato, ma oggi che hanno cominciato a rigare dritto si trovano a confrontarsi con sfide inedite, su cui non hanno nessun controllo. Il problema principale non è la debolezza del prezzo del lingotto, che pure è destinata a pesare, se non ci sarà un’inversione di tendenza, ma potrebbe essere la geologia. E decisamente non è facile opporsi a Madre Natura.

Le miniere d’oro più grandi si stanno esaurendo e da molto tempo, nonostante l’impiego di grandi capitali, non sono più stati trovati nuovi depositi sufficienti a sostituirle. I risultati cominciano a vedersi: per la prima volta dal 2008 la produzione mineraria del metallo ha smesso di crescere. L’output nel 2017 è stato di 3.269 tonnellate secondo il World Gold Council, comunque un record storico, ma in aumento di appena lo 0,2% rispetto all’anno precedente. E il timore è che la situazione non sia destinata a migliorare. Alcuni analisti (e anche qualche dirigente del settore) prevedono un declino della produzione aurifera, che potrebbe durare per anni se non per sempre: una sorta di «picco dell’oro», per mutuare un’espressione coniata nel settore petrolifero, o quanto meno il raggiungimento di un «plateau» della produzione mineraria.

Ovviamente il caso dell’oro è diverso da quello del petrolio: il metallo non viene “bruciato” per sempre con l’impiego, ma solo trasformato, e nel mondo – tra caveaux, cassette di sicurezza e portagioie nelle nostre case – si calcola che ci siano in giro scorte per oltre 190mila tonnellate. Ma dal punto di vista delle società aurifere (e degli investitori interessati al settore) la situazione è molto preoccupante.

Nell’ultimo decennio, secondo uno studio di Standard & Poors’, sono state scoperte solo 41 miniere d’oro di dimensioni rilevanti, per un totale di 215,5 milioni di once: un risultato che impallidisce di fronte ai successi di un tempo. Tra il 1990 e il 2007 le scoperte erano state 222, per un totale di 1,73 miliardi di once. Si è investito troppo poco? Al contrario. Anche se oggi le società aurifere sono più disciplinate e hanno ridotto i budget rispetto al picco del 2012, la spesa in esplorazioni negli ultimi dieci anni è stata di 54,3 miliardi di dollari, il 60% in più rispetto ai 32,2 miliardi spesi – con successi incomparabili – nei 18 anni precedenti.

I costi sono aumentati, si dirà. E in parte è vero. Ma anche su questo fronte le società aurifere sono diventate molto più oculate: Barrick, forse la più diligente di tutti, riesce a produrre oro al costo (tutto compreso) di appena 856 dollari l’oncia. Anche gli altri hanno fatto enormi progressi: il cosiddetto costo «all-in» – parametro oggi molto in voga, che considera tutte le voci, dall’esplorazione per trovare nuove risorse alla vendita dell’oro – è sceso in media a 934 $/oncia nel settore, da 1.199 $ nel secondo trimestre 2013, stima Bloomberg Intelligence.

Poiché di solito trascorrono circa vent’anni da quando si scopre una nuova vena aurifera a quando si avvia l’estrazione di oro, la mancanza di scoperte rischia di pesare sempre di più in futuro. Come se non bastasse, anche la qualità delle riserve aurifere sta peggiorando. Negli anni ’60 da ogni tonnellata di roccia estratta in miniera si recuperavano oltre 10 grammi di oro, ricorda Bloomberg. Oggi i cinque big del settore – Barrick, Newmont, AngloGold Ashanti, Goldcorp e Newcrest – riescono a ricavare appena 1,12 grammi per tonnellata. E va già bene, perché cinque anni fa la “resa” era crollata a 1,04 grammi (dieci anni fa era di 1,42 grammi). Con meno di un grammo per tonnellata probabilmente nessuna miniera d’oro riesce a fare profitti. A maggior ragione se il prezzo del metallo continuerà a scendere.

Risveglio dell’oro

Le turbolenze sui mercati finanziari hanno finalmente risvegliato l’oro, oltre il 2%, il migliore rialzo giornaliero da due anni, superando 1.225 dollari l’oncia.

Con i tassi di interesse reali in aumento, il lingotto sembrava aver perso attrattiva negli ultimi mesi. E anche come bene rifugio era stato trascurato, a vantaggio del dollaro. Ma il tracollo delle Borse ha interrotto la sequenza ribassista.

È una reazione tipica durante le fasi di fuga dal rischio, quando gli investitori cercano protezione per il portafoglio.

Le perdite sui listini azionari sono state molto pesanti: Wall Street ieri ha perso il 2%, dopo aver ceduto oltre il 3% mercoledì, le Borse europee sono ai minimi da 21 mesi e Shangai è andata a picco di oltre il 5%, seguita dalle altre Borse asiatiche. Anche il petrolio e i metalli hanno subito forti vendite.

L’oro, tuttora in ribasso del 10% rispetto al picco di aprile, è riuscito a superare un forte livello di resistenza tecnica, collocato a 1.210 dollari, e questo ha attirato nuovi ordini di acquisto.

Se la bufera sui mercati dovesse continuare, rimane il rischio che i «margin call» costringano una parte degli operatori a liquidare oro per reintegrare le garanzie.

Rolex

Logo

Rolex SA è una società svizzera (con sede a Ginevra) importante nella produzione di pregiati orologi da polso, nonché una delle più grandi aziende operanti nel settore dell’alta orologeria.
La Rolex SA è controllata dalla Fondazione Hans Wilsdorf, ente di beneficenza e non-profit (con relativi benefici fiscali) riconosciuto dalla legge svizzera. Conta ventotto società controllate nel mondo e un’organizzazione di 4.000 orologiai in cento Paesi, con incassi stimati per il 2010 intorno ai due miliardi di euro e una produzione annuale di orologi di circa 1.000.000 di pezzi.[1] La Rolex è il maggior produttore di cronometri certificati costruiti in Svizzera; basti pensare che nel 2005 più della metà della produzione di orologi certificati COSC (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres) appartiene al gruppo. Il 3 maggio 2011 è stato annunciato il nuovo CEO del gruppo Rolex, il quinto da quando è stata fondata nel 1906, l’italiano Gian Riccardo Marini (precedentemente CEO di Rolex Italia), che prende il posto di Bruno Meier.

La Rolex SA venne fondata nel 1905 da Hans Wilsdorf e dal fratellastro Alfred Davis; pur essendo attualmente una delle maggiori imprese svizzere dell’orologeria, Wilsdorf era di nazionalità tedesca e la prima sede era a Londra. Wilsdorf & Davis fu il nome originario dato all’azienda, che in seguito divenne la Rolex Watch Company. Inizialmente si limitavano a importare in Inghilterra i meccanismi svizzeri prodotti da Hermann Aegler, che successivamente divenne socio, assemblandoli in lussuose casse create dalla firma Dennison e da altri gioiellieri dell’epoca che vendevano i primi orologi da polso personalizzandoli con il proprio marchio. I primi orologi prodotti dalla Wilsdorf & Davis erano marcati “W&D” (sigla visibile all’interno della cassa). Hans Wilsdorf registrò il marchio “Rolex” a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera nel 1908. Il significato di questo termine è sconosciuto, secondo alcuni (versione mai confermata da Wilsdorf) “Rolex” deriva dalla locuzione francese horlogerie exquise, che significa orologeria squisita. Altri riportano che il nome derivi dall’unione della parola Rolls-Royce, automobili di lusso amate da Alfred Davis, e Timex, grande produttore di orologi dell’epoca, per indicare appunto che la produzione sarebbe stata orientata a orologi “EX” di lusso “ROL” da cui ROLEX. Ad ogni modo, Wilsdorf voleva un nome facilmente pronunciabile in ogni lingua, immediato, facile da ricordare, ma anche che avesse stile, cioè non doveva essere troppo ingombrante sul quadrante e doveva dare la possibilità ai rivenditori inglesi (per i quali erano destinati inizialmente i primi modelli) di poter incidere il proprio nome al di sotto di Rolex.

La Wilsdorf & Davis si spostò in Gran Bretagna nel 1912. Wilsdorf avrebbe voluto rendere economici i suoi prodotti, ma le tasse e i dazi di importazione sulle casse degli orologi (oro e argento) alzavano i prezzi. Da quel momento il quartier generale venne spostato a Ginevra, mantenendo filiali in altre città (ad esempio Bienna) e in altri continenti: Nord America, Asia, Australia. Un altro motivo che spinse Wilsdorf a trasferirsi in Svizzera fu perché con lo scoppio della prima Guerra Mondiale un tedesco non era visto di buon occhio in Inghilterra, e ciò avrebbe potuto causare ulteriori ostacoli alla sua azienda.

GMT-Master II acciaio e oro (ref. 116713LN)

Il nome Rolex venne registrato ufficialmente il 15 novembre 1915, si suppone che questo cambiamento mostrasse la volontà di rendere popolari gli orologi da polso, che al momento erano considerati articoli per signore perché tra gli uomini andava di moda l’orologio da tasca. Wilsdorf voleva un nome pronunciabile in ogni lingua e così decise di chiamare, nel 1919, la società con il nome Rolex Watch Company, per poi diventare Montres Rolex SA. Oggi si chiama Rolex SA il cui marchio è composto da lettere della stessa dimensione in modo da poter essere scritto simmetricamente. La caratteristica corona a 5 punte, simbolo storico della casa invece è stata introdotta nel 1925.

La Rolex costituita da Hans Wilsdorf e dalla famiglia Aegler, secondo i documenti dell’epoca, non può essere venduta né scambiata sul mercato azionario e ancora oggi mantiene saldi i principi e le tradizioni del suo fondatore.

Dal 2013 la Rolex è il cronometrista ufficiale della Formula 1.

Tra le innovazioni proposte dalla Rolex sul mercato dell’orologeria ci sono i primi orologi impermeabili con il datario, con il fuso orario e, cosa più importante, i primi orologi da polso a ottenere la richiestissima certificazione di cronometroLa Rolex detiene tuttora il record per maggior numero di meccanismi certificati.

Un altro fatto quasi sconosciuto è che la Rolex partecipò allo sviluppo della tecnologia al quarzo anche per contrastare il forte sviluppo delle case giapponesi che stavano a loro volta sviluppando i propri movimenti. Nonostante inserì pochi modelli nella propria linea, i tecnici e gli ingegneri della casa furono determinanti nello studio della nuova tecnologia a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Nel 1968 la Rolex collaborò con un consorzio di 16 produttori svizzeri per creare il movimento al quarzo Beta 21 usato nel proprio Quartz Date. Gli sforzi della Rolex culminarono dopo cinque anni di ricerca, disegno e sviluppo nella creazione del movimento “clean-slate” 5035/5055 che avrebbe alimentato l’Oysterquartz – secondo alcuni il miglior movimento al quarzo mai creato.

Rolex Datejust Oysterquartz

Il primo orologio a carica automatica venne presentato nel 1931, potenziato da un meccanismo interno che sfruttava il movimento del braccio e che, oltre a rendere inutile il caricamento a mano, eliminò i problemi tecnici che ne compromettevano il funzionamento. La Rolex fu anche la prima ditta a creare un vero orologio impermeabile, altra pietra miliare. Wilsdorf arrivò a creare uno speciale Rolex che nel 1960 venne ancorato al batiscafo Trieste e trascinato nella Fossa delle Marianne. L’orologio resistette e dimostrò di aver mantenuto un funzionamento corretto durante la discesa e la risalita. Questo fatto venne confermato attraverso un telegramma spedito alla Rolex il giorno seguente che recitava:

(EN)«Am happy to confirm that even at 11,000 metres your watch is as precise as on the surface. Best regards» (IT)«Sono lieto di confermare che anche a 11.000 metri di profondità il vostro orologio è preciso come in superficie. Cordiali saluti»
(Jacques Piccard)

In questo modo la Rolex si creò la reputazione di orologi validi anche per immersioni subacquee, aviazione e alpinismo, grazie anche a Chuck Yeager, il primo pilota a portare un aereo oltre la barriera del suono con al polso un Rolex acquistato da lui personalmente. Tra i primi modelli sportivi faceva parte il Rolex Submariner e il Rolex Sea-Dweller Submariner 2000 (2.000 ft = 610 m) (1971). Questo orologio vantava una valvola a rilascio di elio (inventata con l’aiuto della collega svizzera Doxa SA) che lasciava defluire il gas durante la decompressione. Altro modello sportivo fu il Rolex GMT-Master, sviluppato originariamente su richiesta delle aerolinee Pan Am, in grado di assistere i piloti nei voli transcontinentali, per la presenza di una lancetta 24 ore e di una ghiera graduata e rotante. I modelli della linea Explorer vennero creati per gli esploratori che si muovevano su terreni accidentati, in seguito all’impresa compiuta da Sir Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norgay che per primi arrivarono in cima all’Everest, portando al polso un antenato dell’attuale Explorer.

Da un punto di vista più glamour James Bond, il personaggio di Ian Fleming, indossava un Rolex nella serie di romanzi dell’autore. Nei primi film il mitico Sean Connery portava al polso un Rolex Submariner senza datario e con cinturino in tessuto militare a strisce grigie e nere. Nei film successivi con Pierce Brosnan e quelli con Daniel Craig, l’orologio divenne un Omega Seamaster, in seguito all’alleanza del marchio Omega con i produttori dei film per la promozione dei propri orologi.

Un capitolo a parte merita il modello Cosmograph Daytona. “Il cronografo a carica manuale dei primi anni ’60, nato semplicemente come Rolex Cosmograph (la scritta Daytona viene aggiunta solo in un secondo tempo), riceve un’accoglienza piuttosto fredda, certamente non paragonabile al fenomeno che è oggi. Non dobbiamo infatti dimenticare che a quell’epoca erano di moda orologi più classici e ultrapiatti: un modello così sportivo e moderno non si accordava con i gusti di allora. Questo snobismo commerciale proseguirà per quasi un ventennio, prima con la nascita dei modelli al quarzo negli anni ’70, e poi ancora negli anni ’80, quando l’orologio a carica manuale viene considerato obsoleto. Nella ricerca della durata e dell’affidabilità, Rolex interviene sostituendo ai calibri Valjoux a carica manuale, l’eccezionale movimento dello Zenith El Primero, il miglior movimento industriale a carica automatica allora esistente sul mercato. Rolex apporterà numerose modifiche per allinearlo ai propri standard, con veri e propri interventi strutturali, come l’eliminazione del datario e la riduzione delle frequenze di oscillazione da 36.000 a 28.800 alternanze, sostituendo il bilanciere originale con il proprio, basato sul meccanismo di regolazione a microstella, già collaudato sui cronografi degli anni ’60. Tutto ciò porta alla realizzazione del calibro 4030 come movimento per il primo cronografo automatico: il Daytona ref. 16520. Nel 1988, il lancio del nuovo Rolex Oyster Perpetual Cosmograph Daytona incontra un favore di pubblico enorme. La scarsa produzione da parte di Rolex, dovuta anche alla poca disponibilità del calibro base Zenith, scatena all’inizio degli anni ’90 un vero e proprio boom collezionistico. Per i modelli precedenti, ovvero tutti i cronografi Daytona a carica manuale, l’exploit avviene solo qualche anno dopo, rendendo ancora oggi questo orologio oggetto del desiderio degli appassionati di tutto il mondo.. Nel 2000 Rolex presenta il nuovo modello Daytona referenza n. 116520, l’orologio risulta essere ora di completa manifattura Rolex anche nel meccanismo.

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