Il potere di un bene incorruttibile

Monete virtuali come Bitcoin, ma anche Ether, Ripple. Obbligazioni, titoli di Stato, azioni, derivati finanziari. Polizze, Pir (piani individuali di risparmio), fondi comuni. Lo stesso semplice contante, il denaro. Eppure in economia il re unico e incontrastato resta uno soltanto. Il simbolo più potente. L’emblematica immagine della ricchezza, tramandato da miti e favole dal re Mida a Giasone a Danae. L’oro. Ecco perché un banchiere centrale come Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni-Ivass ha scritto un libro intitolato proprio Oro (il Mulino). Abituato a occuparsi di numeri, ma dotato di quella cultura trasversale che ne fa uno degli intellettuali ed economisti più acuti del nostro Paese, Rossi usa il metallo giallo per raccontare una storia che è la storia delle comunità, dello sviluppo delle nazioni, dell’allocazione delle risorse, dell’economia insomma, che ha iniziato a muoversi e si muove grazie a un motore troppo spesso dimenticato, o perlomeno dato per scontato, che si chiama «fiducia». Salvatore Rossi è direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni – IVASS

Non usa il linguaggio del club degli economisti. Un club i cui vizi, soprattutto di linguaggio, John Lanchester ha svelato in un divertente pamphlet del 2014 edito della Faber & Faber How to Speak Money. Così come nei suoi precedenti libri (l’ultimo Che cosa sa fare l’Italia, con Anna Giunta, Laterza) Rossi preferisce parlare a chi le pagine economiche dei quotidiani non le frequenta spesso, convinto che attraverso aneddoti e racconti il sapere si diffonda in modo più divertente e veloce. «Chi possedeva un pezzetto (di oro…), fosse sotto forma di moneta o ornamento, sapeva di poter avere fiducia, di potersi fidare del fatto che chiunque altro avrebbe accettato quel pezzetto di metallo in cambio di altri beni utili, in qualunque angolo del mondo conosciuto, nel tempo presente ma anche nel futuro». Il denaro è sembrato, con quel suo essere l’esempio più estremo e plastico della fiducia, soppiantarne la funzione. E per l’oro l’incontro con un bene «terzo, neutro che tutti accettano in cambio dei propri beni» poteva rappresentare la fine. Così non è stato. Nemmeno quando la finanza che tutto è parsa ingoiare l’ha gettato nel mondo arcaico e poco sexy delle commodity.

Dell’oro non sanno fare a meno i risparmiatori frastornati da mercati volatili che in preda a demoni sconosciuti e incompresi oscillano senza ragioni apparenti. Ma non ne fanno a meno anche le banche centrali. Anzi. In questo c’è un primato che l’Italia, più abituata a deridersi e a sottovalutarsi che ad apprezzarsi, può vantare. La Banca d’Italia è il quarto detentore al mondo di riserve auree, dopo la Federal Reserve americana, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. 2.452 tonnellate, racconta Rossi che ha avuto e ha il privilegio di aver «visto» l’oro italiano. Solo una parte però, perché a Palazzo Koch, sede dell’istituto di vigilanza, ci sono «solo» 1.100 tonnellate, il 45%. Un altro 43%, 1.062 tonnellate sono negli Stati Uniti, 149 sono in Svizzera, altre 141 sono nel Regno Unito. Perché non sono in Italia? E perché in quei Paesi? Il motivo è semplice: costa ed è complesso trasportare l’oro da dove magari lo si è comprato al proprio Paese. Si pensi solo ai problemi di sicurezza che porrebbe. Nel 2012 la Germania decise che almeno la metà (come l’Italia) del suo oro dovesse essere conservato sul suolo tedesco. L’operazione però si è conclusa solo lo scorso agosto.

Ma quanto valgono le riserve auree italiane? Circa 87 miliardi di euro. Oltre 90 miliardi di dollari sotto forma di lingotti, la maggior parte a sezione trapezoidale con un peso che va da un minimo di 4,2 a un massimo di 19,7 chili, ci sono anche 4 tonnellate di monete (900 mila pezzi). E perché ce le teniamo? Per lo stesso motivo per il quale nei mesi caldi successivi all’8 settembre del 1943 si tentò di nasconderne la metà custodita nelle «sacrestie» della Banca d’Italia. Il caveau, enormi stanze vuote ma circondate da intercapedini nei quali si sarebbe potuta preservare la riserva dai possibili raid (che avvennero) dei tedeschi. Perché, come scrive Rossi, l’oro è come l’argenteria di famiglia, l’orologio prezioso del nonno: l’estrema risorsa in caso di crisi. Un’altra prova la si ebbe negli anni Settanta.

In un clima politico e sociale che in quegli anni si stava inasprendo, l’Italia veniva vista come un Paese poco sicuro. Iniziò una fuga di capitali verso l’estero. La crisi petrolifera aveva proiettato il mondo intero in un clima di incertezza mai affrontata prima. Ma era il nostro Paese a fare da vaso di coccio. La Banca d’Italia in quei mesi si risolse a chiedere un prestito per tamponare le falle aperte dalla fuga dei capitali nelle riserve ufficiali. Solo i tedeschi erano disposti a concedercelo. Ma su pegno di oro. Il 31 agosto del 1974 si firmò il contratto. Restituimmo tutto quattro anni dopo. Il nostro Paese ne fu segnato nel bene e nel male. Ma fu grazie a quel metallo custodito nelle sacrestie di Palazzo Koch, un metallo che non arrugginisce e non si altera nel tempo e cioè è «incorruttibile», che il nostro Paese si salvò.

La Sterlina

Breve storia della Sovrana

Sovrana sterlina d'oro

Sovrana (in inglese: Gold Sovereign) è il nome di una moneta d’oro inglese emessa per la prima volta nel 1489 da Enrico VII ed ancora in produzione. La moneta aveva il valore nominale di una sterlina o 20 shilling, ma in realtà era in primo luogo un pezzo d’oro senza indicazione del valore. Il nome “sovereign” deriva dal maestoso ritratto impresso moneta, uno dei primi a mostrare il re di faccia seduto in trono, mentre al rovescio era rappresentato lo stemma reale con la rosa dei Tudor. In Italia è comunemente indicata col nome di Sterlina d’Oro.

Le sovrane originali erano d’oro a 23 carati (96%) e pesavano 240 grani o mezza oncia troy (15,6 grammi). Enrico VIII ridusse la purezza a 22 carati (92%), che divenne (e rimane) lo standard delle monete d’oro (cosiddetto crown gold) sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti; il peso della sovrana fu ripetutamente abbassato fino a quando, con la legge del Great Recoinage emessa nel 1816, il contenuto di oro fu fissato agli attuali 113 grani (7,3224 grammi), equivalenti a 0,235421 oncia troy. Oltre alla sovrana la Royal Mint coniò anche la moneta da 10 shilling (mezza sovrana), quella da £2 (doppia sovrana) e quelle da £5 (quintupla sovrana). Solo la sovrana e la mezza sovrana erano normalmente coniate per la circolazione.

La coniazione della sovrana fu interrotta dopo il 1604, sostituita prima dalla Unite, poi dal Laurel, ed infine dalla Ghinea. La produzione della sovrana iniziò di nuovo nel 1817, e il nuovo rovescio era quello con San Giorgio che uccide il drago, inciso da Benedetto Pistrucci. Lo stesso disegno è ancora in uso nella sovrana d’oro coniata nel Regno Unito, anche se altri rovesci sono stati usati durante il regno di Guglielmo IV, Vittoria, Giorgio IV ed Elisabetta II.

Nel periodo vittoriano era abitudine della Bank of England di ritirare dalla circolazione le sovrane e le mezze sovrane rovinate e riconiarle. Di conseguenza anche se sono state coniate un miliardo circa di pezzi, questo numero include quell’oro che è stato coniato e riconiato più volte. Si stimava che un pezzo potesse circolare per circa 15 anni prima che il peso diminuisse al di sotto del minimo previsto perché la moneta non perdesse il suo valore legale. In particolare era la mezza sovrana che circolava nell’Inghilterra vittoriana. Molte sovrane invece passarono il loro tempo nei caveau delle banche. Si è stimato che solo l’1% di tutte le sovrane d’oro che sono state coniate, siano ancora in condizione da poter essere collezionate. Nel 1891 si decise che le monete sotto peso sarebbero state sostituite con monete nuove. Contemporaneamente le monete battute prima del 1837 furono dichiarate fuori corso. Questo oro fu riconiato in 13.680.486 mezze sovrane nel 1892 e in 10.846.741 sovrane nel 1900 (entrambe alla sede di Londra della Royal Mint).

I coni di dritto delle sovrane nel XIX secolo furono usati, quando erano troppo usurati, per coniare il farthing (un conio di dritto produce in genere 100.000 monete). La sovrana fu coniata in grandi quantità fino alla prima guerra mondiale, quando il Regno Unito uscì ufficialmente dal gold standard. Da allora e fino al 1932, le sovrane furono prodotte solo alle sedi di Melbourne, Sydney, Perth, Bombay, Ottawa e Pretoria (escluse alcune nel 1925 prodotte a Londra nel quadro del tentativo fallito di Winston Churchill di tornare al gold standard). L’ultima emissione regolare fu quella del 1932 a Pretoria. La produzione fu ripresa nel 1957, sembra per prevenire la produzione di monete contraffatte in Siria ed Italia. Alcune pubblicazioni del tesoro sembrano indicare che le sovrane erano ampiamente usate per sostenere la politica estera britannica nel Medio Oriente ed era importante che queste monete mantenessero il loro standard, giacché diverse persone ricevevano sotto forma di sovrane il pagamento dei loro servigi al governo britannico.

La sovrana è stata prodotta come moneta-lingotto fino al 1982. Da allora fino al 1999, furono prodotte solo monete con fondo a specchio ma dal 2000 è stata anche ripresa la monetazione precedente. Attualmente la sovrana è coniata alla Royal Mint in Pontyclun, Mid-Glamorgan, Galles. Le monete sono prodotte con il metallo prezioso che è custodito separatamente dal resto della zecca. Questa a sua volta è protetta dalla polizia del Ministero della Difesa. Agli impiegati non è permesso di usare nessun tipo di monete metalliche all’interno della zecca; le monete sono sostituite da gettoni di plastica.

L’oro perché ha valore

L’oro ha valore perché è assoluta materialità e assoluta immaterialità al tempo stesso. Un bel paradosso. Che l’oro valga perché è materia nobile è cosa ben nota. Settantanovesimo elemento della tavola periodica degli elementi di Mendeleev, estratto con fatiche immani dalle viscere della terra, è un metallo raro e incorruttibile nel tempo. Forse l’anello o la fede che state portando al dito è fatta di oro estratto duemila anni fa e fuso e rifuso nel tempo. Rarità e incorruttibilità ne giustificano il valore.

Ma ha anche valore per la sua immaterialità. Perché è un simbolo di sacralità e ricchezza. Perché garantisce nell’immaginario la moneta in circolazione (nell’immaginario perché le banconote non sono più convertibili). E perché essendo raro, chi lo detiene in grandi quantità non può venderlo senza farne crollare il prezzo.

Il paradosso dell’oro è raccontato in un istruttivo e agile libretto da Salvatore Rossi. Essendo, l’autore, il Direttore Generale della Banca d’Italia, l’oro in quanto materia lo conosce meglio anche dei più grandi orafi o tentati alchimisti. È il custode, infatti, con gli altri membri del Direttorio, delle riserve auree della nostra Banca Centrale, 2.452 tonnellate, di cui la metà circa nei forzieri di Palazzo Koch a Roma e l’altra metà sparsa per i caveau di mezzo mondo. Stiamo parlando della quarta riserva d’oro al mondo, dopo la Bundesbank tedesca, la Federal Reserve americana e il Fondo Monetario Internazionale.

Dal caveau della Banca d’Italia parte infatti la narrazione di Rossi. Un luogo inaccessibile, circondato da fossati inattaccabili dalla più accanita banca del buco, a cui si arriva attraverso un’infinità di botole, scale e scalette e porte blindate, per aprire le quali ci vogliono molte chiavi, custodite ciascuna da persone di cui solo Rossi e pochi altri conoscono l’identità. Negli inferi di palazzo Koch, aperta l’ennesima botola, ci sono infine le stanze del tesoro. Scaffali e scaffali e pile di lingotti ovunque. Lingotti di forme diverse, memoria di tutta la storia del ventesimo secolo: americani, sovietici con la falce e il martello e tedeschi con la svastica. Accumulati come riserve valutarie grazie ai surplus della nostra bilancia commerciale e per acquisti deliberati della Banca Centrale, fino ai tempi di Guido Carli nel 1973.

Ogni lingotto potrebbe raccontare una storia diversa e forse appassionante. Certamente quelli con la svastica. L’oro già italiano, trafugato dai tedeschi nel 1943 e in buona parte, dopo mille traversie degne del film Monuments Men (il recupero dei tesori d’arte francesi rubati dai nazisti), restituito dopo la guerra.

L’oro delle banche centrali e il suo ruolo nei sistemi monetari è quello che meglio racchiude la sintesi tra materialità e immaterialità. Per quel che si sa, l’oro è stato coniato in moneta per la prima volta in Lidia nel 550 a.c. Essendo non semplice da trasportare, in epoca moderna si sono sviluppate le ben più pratiche banconote. Sostanzialmente un titolo di proprietà su una quantità precisa dell’oro dello Stato, garantito dal Sovrano, e scambiabile con altre valute. È l’epoca del “Gold Standard”, finito con la Prima guerra mondiale e definitivamente archiviato, anche se in edizione riaggiornata, nel 1971 con la fine del dollar standard, che garantiva la convertibilità di ogni valuta in oro attraverso i dollari. Da quel momento in poi la quantità di moneta di circolazione non è più legata all’oro posseduto dalle banche centrali. Le banconote in sé sono diventate riserva di valore.

Ora, perché, si chiede Rossi, nonostante ciò, i caveau della Banca d’Italia e di molte altre banche centrali sono pieni d’oro? Perché, nel momento in cui la moneta diventa banconota non convertibile in oro, dunque un foglio di carta con valore intrinseco, ma senza nessuna materialità, l’oro dei caveau acquisisce una funzione di riserva simbolica. I materialissimi lingotti di Palazzo Koch a questo punto valgono soprattutto per il loro immateriale significato simbolico.

Simbolico perché, per quanto l’Italia abbia quasi il 10% delle riserve auree mondiali, il loro valore (circa 91 miliardi) è di entità non significativa rispetto alla dimensione delle attività economiche oggi. Il debito pubblico del nostro Paese supera i 2.300 miliardi di euro. E simbolico perché non potrebbe essere venduto. La quantità di oro disponibile sul mercato è poca. Se venissero riversate le 2.450 tonnellate di oro italiano, il prezzo e dunque il suo valore effettivo, crollerebbe. Per questa ragione, dopo un goffo tentativo della Banca d’Inghilterra di vendere buona parte del proprio oro nel 1999, che ne fece crollare il prezzo, le Banche Centrali si sono accordate per tenere le proprie riserve e non venderle.

Nel trattato di costituzione della banca centrale Europea uno dei punti fondamentali è il conferimento di una parte delle riserve auree delle banche centrali nazionali, parte dell’eurosistema. Il che dimostra quanto sia ancora importante questo valore simbolico.

Il libro di Rossi esplora anche il significato più ampio dell’oro come denaro e strumento di ricchezza e il suo ruolo nell’evoluzione della società e dei sistemi economici moderni. Dice Rossi: «Credito, assicurazione e denaro hanno insegnato all’uomo, all’inizio della sua storia, a pensare il divenire del tempo».

Il ruolo fondamentale che denaro e ricchezza, come risparmio e investimento, hanno nel generare lo sviluppo nel tempo della società. Se l’oro della fede che portate al dito potrebbe avere 2000 anni, si può ben capire perché la materialità/immaterialità di questo metallo sia davvero la sintesi migliore di questo processo evolutivo.

Graff Diamonds acquista antico diamante grezzo

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Il diamante grezzo da 373,72 carati acquistato da Graff Diamonds

Un nuovo passo nella missione di produrre pietre eccezionali: Graff Diamonds ha comunicato di aver acquistato un diamante grezzo di 373,72 carati proveniente dalla miniera di Karowe in Botswana. La gemma, classificata come D-color, farebbe parte della Lesedi la Rona, il più grande diamante scoperto nel secolo scorso. Si stima che risalga a 3 miliardi di anni fa, quando la Terra si stava ancora formando.

Laurence Graff, presidente di Graff Diamonds, fa sapere che il suo team di esperti (tra gemmologi e specialisti in taglio) lavoreranno ora la pietra, che ha il potenziale per produrre un diamante lavorato significativamente grande. “Ogni diamante ha uno script interno che dobbiamo leggere e rispettare – ha spiegato -. Ora impiegheremo tempo a scoprire i segreti di questa magnifica pietra. Sapendo che la natura ci ha dato questo dono straordinario, ci prendiamo la grande responsabilità di liberare la sua bellezza interiore”.

Lo scorso anno il gioielliere britannico ha anche presentato Venus, il più grande diamante a forma di cuore del mondo, che pesa 118,78 carati. È stato tagliato a partire da un diamante grezzo di 375 carati e lucidato lungo un periodo di 18 mesi. Tra gli altri “big diamonds” acquistati dalla società figurano anche il Constellation, un diamante rotondo da 102,79 carati, e il Delaire Sunrise, un diamante giallo quadrato che pesa 118.08 carati.

I 10 marchi di gioielli più desiderati

Harry Winston Inc

Fondata a New York nel 1932 è molto famosa sia per i diamanti che per gli orologi. I suoi gioielli unici nel loro genere, fanno bella mostra di se in eventi come gli Emmy Awards, ai Grammys o agli Oscar.

Cartier

Cartier è la seconda azienda di gioielli più cara al mondo. Fondata nel 1860 ha tra i suoi clienti per esempio la duchessa di Windors. Ha 200 negozi sparsi in 125 nazioni. La sua creazione più costosa, venduta per 7 milioni di dollari includeva un diamante da 6,5 pollici, un’onice ed uno smeraldo.

Van Cleef and Arpels

Van Cleef and Arpels l’azienda francese fondata nel 1869 ha avuto tra le sue clienti più “conosciute” niente poco di meno che Grace Kelly ed Elisabeth Taylor. Gioielli dal gusto lussuoso e moderno ma anche orologi di lusso che diventano spesso il bersaglio dei collezionisti di gioielli.

Buccellati

Buccellati è un’altra azienda italiana famosa in tutto il mondo per le sue creazioni. Fondata nel 1919 lo stile Buccellati si rifà allo stile romano con gioielli che combinano oro, argento e pietre preziose, rendendo le creazioni ancora più costose.

Tiffany & Co.

Tiffany non ha bisogno di presentazioni. Fondata a New York nel 1837 è famosa per i gioielli in oro o argento e diamanti. Tra le sue creazioni più icone e costose c’è sicuramente il pendente a forma di cuore.

Graff Diamond

Graff Diamond è un’azienda inglese fondata nel 1960 a Londra. Come potete immaginare è specializzata in diamante ed è molto in voga tra i reali e le persone più ricche d’Inghilterra.

Piaget

Piaget è un’altra azienda svizzera fondata nel 1974 conosciuta sia per la gioielleria sia per gli orologi di lusso. Nel 2005 si è aggiudicata il premio Best Jewelry Prize.

Bulgari

Bulgari azienda italiana fondata nel 1884. Sulla bellezza dei suoi lavori non si discute anche se non tutti sanno che la fortuna di questa azienda si deve all’abilità dei suoi gioiellieri a cui nel passato fu affidato il restauro dei gioielli dei regnanti italiani.

Mikimoto

Mikimoto brand giapponese fondato nel 1893 e celebre con le sue perle dall’altissima qualità. Le collane extra lusso di Mikimoto sono montate su fili di seta con elementi in oro 18 carati e l’aggiunta di altre pietre preziose.

Chopard

Chopard. Brand svizzero fondato nel 1860 che si distigue per la qualità dei materiali utilizzati per le sue creazioni. Chi sceglie questo marchio lo fa perchè ama i gioielli dal taglio classico.

 

Maison Fabergé

La Maison Fabergé è stata una storica casa di gioielleria russa fondata nel 1842 da Gustav Fabergé. Nel 1924, l’azienda orafa fu ricostituita dai figli di Peter Carl Fabergé, a Parigi col nome di Fabergé et Cie. Vent’anni dopo la rivoluzione russa, un’altra azienda, la Fabergé Inc., fu costituita nel 1937 negli Stati Uniti come azienda di cosmetici e profumi. Dal 2012 la Fabergé gioielleria è entrata a far parte del gruppo Gemfields, mentre la Fabergé cosmetici è nel gruppo Unilever dal 1989. L’azienda orafa svizzera Maison Tatiana Fabergé, di Tatiana Fabergé, rappresenta la continuità con la storica Fabergé.

Nel 1842 Gustav Faberge aprì la propria azienda di gioielleria, sotto il nome Fabergé. L’accento fu un tentativo di dare al nome un’intonazione francese, per attirare la nobiltà russa che amava la cultura di quel Paese. La Fabergé conobbe un notevole successo, che aumentò ulteriormente quando, nel 1872, lo zar Alessandro III commissionò a Peter Carl, figlio di Gustav, di produrre delle uova di Pasqua preziose. La Fabergé produsse le prime cinquanta uova pregiate.

La produzione di tali pregevoli uova continuò per ben trenta anni, e Peter Carl Fabergé fu nominato gioielliere di corte. Il successo delle uova fu tale in tutta Europa che all’inizio del Novecento fu aperta una filiale della Maison Fabergé a Londra, mentre le sedi in Russia aumentarono a quattro, con oltre 500 lavoratori.

Tuttavia negli anni della Rivoluzione d’ottobre, gli appartenenti della famiglia Fabergé dovettero lasciare la Russia, in seguito all’uccisione dello zar Nicola II (successore di Alessandro III) e dell’intera famiglia imperiale. Carl Faberge, figlio di Gustav ed ultimo dirigente dell’azienda di famiglia, morì a Losanna nel 1920 ed è sepolto a Cannes.

I figli di Carl, Eugène e Alexander nel 1924 fondarono a Parigi la Fabergé et Cie, per la produzione di gioielli, oltre che per restaurare degli oggetti appartenuti alla Maison Fabergé. L’azienda usava il marchio Fabergé Paris allora che l’azienda russa era semplicemente Fabergé. La Fabergé & Cie non raggiunse mai i fasti della Maison Fabergé e operò almeno fino al 1984, quando perse la causa contro la statunitense Fabergé Inc. circa l’uso del marchio.

Negli anni venti Armand Hammer collezionò diversi pezzi delle collezioni Fabergé durante i suoi viaggi di affari nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Su suggerimento di Hammer, l’imprenditore Samuel M. Rubin avviò nel 1937 una nuova azienda di cosmetici che licenziò proprio col nome di Fabergé Inc. I discendenti della famiglia Fabergé non seppero nulla fino alla seconda guerra mondiale.

Dal 1964 al 1984, sotto la direzione di George Barrie, Fabergé ha lanciato numerosi prodotti di cosmetica e profumeria, associando il proprio nome a testimonial particolarmente celebri come Cary GrantFarrah FawcettRoger MooreMargaux Hemingway (nipote di Ernest Hemingway), Joe NamathPaul Gascoigne: questi ultimi due associati ai profumi Brut.

L’industria chimica Unilever rilevò la Fabergé Inc. nel 1989 e la rinominò Elida Fabergé, scoprendo che i diritti includevano anche la produzione di gioielli. Fu nello stesso 1989 che la Unilever concesse il marchio su licenza al gioielliere Victor Mayer per la produzione di alcuni manufatti in oro. Col supporto di Geza von Habsburg rilanciò anche la produzione di Uova Fabergé.
Nel 2001, la Unilever, fuse la Elida Fabergé con la Lever Brothers per creare la Lever Fabergé, per produrre cosmetici, profumi e prodotti per la casa.

Nel 2007, il fondo Pallinghurst Resources LLP rilevò dall’Unilever il marchio, le licence e i diritti associati al nome Fabergé e creò una nuova società, la Fabergé Limited, registrata (nel 2006) alle Isole Cayman, per la produzione di gioielli.
Nel 2013, la Fabergé Limited fu rilevata dalla Gemfields, alla quale appartiene tuttora (al 2016).
L’Unilever, conservò tuttavia il marchio di profumi Brut, che è tuttora (al 2016) esistente.

Durante gli anni novanta, dopo la caduta del comunismo russo, la famiglia Fabergè intraprese una battaglia legale contro l’Unilever, ne risultò che quest’ultima cedette il marchio a Pallinghurst, con l’intesa di non produrre gioielleria che avesse riferimenti chiari alla nota famiglia e revocò ogni licenza concessa a terzi. Fu così che, dopo il comunismo, l’antica fabbrica di famiglia Alfaberge, situata ancora a piazza Carl Fabergè 4 a San Pietroburgo, poté ricominciare la produzione delle preziose uova, partendo proprio dai disegni originali del nonno Carl.

Nel 1992, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, un generale russo, Nikolay Shaidullin, acquistò la fabbrica Alfaberge, a San Pietroburgo. Pensò a buona ragione che dovesse esserci un enorme valore nei disegni di Fabergè. Inviò i suoi uomini alla ricerca dei disegni originali di Carl Fabergè seppelliti negli archivi di stato, trovandoli ha così ridato vita ai prodotti tanto acclamati dalla nobiltà Europea. Questi disegni sono stati validati come originali dall’esperto russo Valentine Skurlov, incaricato dal ministero della cultura ed estimatore per Christies.

Nel 2007 ci fu la riunificazione del marchio Fabergé con le eredi della famiglia Fabergé, con Tatiana Fabergé e Sarah Fabergé, entrambe nipoti di Peter Carl Fabergé, nominate membri fondatrici del Fabergé Heritage Council, una divisione di Fabergé Limited.

Degna di nota è la fondazione nel 1974 della Tatiana Fabergé SA di Ginevra, fondata da Tatiana Fabergé, pronipote di Peter Carl Fabergé. Tatiana si è dedicata alla ricerca e la conservazione della storia familiare nonché alla creazione di alta gioielleria nel pieno rispetto della tradizione e delle suoi origini. Oggi l’azienda conosciuta con il nome di Maison Tatiana Fabergé agisce in maniera totalmente indipendente ed è divenuta leader del settore orafo.

Buccellati

La Buccellati Holding Italia è un’azienda italiana di gioielleriaorologeriaaccessori di lusso formata dalla fusione delle aziende con i già esistenti marchi Mario Buccellati e Gianmaria Buccellati, corrispondenti ai nomi anagrafici di due orafi: padre e figlio. Nell’agosto 2017 è diventata di proprietà del gruppo cinese Gangsu Gangtai Holding.

Mario Buccellati, il fondatore dell’azienda, dopo l’affermazione dei suoi negozi di MilanoRoma e Firenze, iniziò lo sviluppo aziendale all’estero aprendo un nuovo negozio sulla Quinta Strada di New York nel 1956 e un altro sulla Worth Avenue di Palm Beach nel 1958; dal 1965, ossia dopo la morte di Mario, la gestione fu condotta da quattro dei cinque figli. In particolare da Lorenzo, il secondogenito, nominato nel 1965 amministratore unico. I quattro fratelli (Luca, Lorenzo, Federico, Gianmaria mentre il quinto, Giorgio, il più piccolo, diventerà negli Stati Uniti un archeologo di fama) lavorarono insieme sino al 1969 (furono loro a trasferire nel 1967 il negozio di Milano in via Monte Napoleone), poi si divisero.

Mentre Luca diventò responsabile della sede di New York, nel 1971 Gianmaria lanciò il nuovo marchio Gianmaria Buccellati, aprì negozi all’estero riuscendo ad essere anche il primo italiano ad aprire con il suo marchio un negozio a Parigi nell’olimpo dei gioielli, Place Vendôme. Anche Federico lanciò il suo marchio in seguito conosciuto anche come Del Vallino (a lui fece capo il negozio di Roma in via dei Condotti). Lorenzo, che nel 1976 fu affiancato nella gestione della Mario Buccellati da Claudia Granati (nel 1980 diventerà la seconda moglie) e dal figlio Luca, fu a capo dell’azienda sino al 2011 quando, dopo 40 anni di concorrenza, due rami della famiglia Buccellati ritornarono insieme. Dalla fusione tra Mario Buccellati e Gianmaria Buccellati nacque la società Buccellati Holding Italia.

Espansione

La proprietà della nuova società passò a Gianmaria Buccellati con il 51% del capitale; una finanziaria, la Simest, ebbe più del 40% mentre la guida operativa rimase con il 3% a Luca, il figlio di Lorenzo. Il fatturato dell’azienda era di 2,9 milioni di euro (il 79% dovuto all’estero), 7 negozi di proprietà e il resto in franchising: Parigi in Place VendomeLondraNew YorkMoscaTokyoOsakaNagoyaHong Kong, Milano in via Monte NapoleoneFirenzeCala di VolpeVeneziaCapriIsola d’ElbaBeverly Hills in Rodeo DriveAspen e Sydney. Nel 2011, dopo l’unione dei marchi familiari, l’azienda intraprese nuove esplorazioni di mercati. E a Gianmaria, scomparso nel 2015furono conferiti vari riconoscimenti per il suo lavoro di orafo e imprenditore.

 

Nel 2013 la finanziaria Clessidra, un fondo di private equity guidato da Claudio Sposito, rilevò la maggioranza del capitale societario (il 70%) investendo un’ottantina di milioni di euro e espandendo ulteriormente gli affari tramite negozi di proprietà con insegna riportante il solo marchio Buccellati. Tra gli accessori prodotti dall’azienda anche custodie per cellulari e altri recenti arnesi tecnologici: nel 2014 fu lanciata la custodia per iPhone più costosa del mondo.

Nuova proprietà

Nel dicembre 2016 la famiglia Buccellati e il fondo Clessidra hanno deciso di vendere per 195 milioni di euro l’85% del capitale ai cinesi di Gangsu Gangtai Holding, tra i maggiori distributori di gioielli in oro; è controllato da Gangtai Group, quotato alla Borsa di Shanghai con un capitalizzazione di circa 3 miliardi di euro e ricavi per 1,2 miliardi. L’ufficializzazione del passaggio di proprietà è avvenuta il 1º agosto 2017. Nel 2016 il fatturato della Buccellati è stato di 44 milioni di euro, la valutazione dell’azienda è stata di 230 milioni di equity value (quindi il valore dell’azienda è con Clessidra quasi triplicato in tre anni).

La famiglia Buccellati e il fondo Clessidra rimangono con il 15% del capitale (7,5% a testa). Il presidente del gruppo cinese, Xu Jiangang, ha annunciato un piano ambizioso di investimenti pari a 200 milioni di euro in 5 anni per sostenere l’espansione dell’azienda in particolare in Cina, Asia, Medio Oriente ed Est Europa con l’apertura di 88 negozi in gestione diretta e 44 in franchising. Ha anche annunciato che la produzione rimarrà in Italia. Mantenuto lo stesso vertice aziendale con Andrea Buccellati e la figlia Lucrezia che continuano a dirigere il team creativo.

L’oro batte l’inflazione?

L’oro rappresenta davvero un’assicurazione contro l’inflazione, che a detta di quasi tutti gli esperti tornerà a farsi vedere nel 2018 dopo una lunga assenza? Il metallo giallo ha chiuso l’anno appena terminato con la migliore performance da sette anni (+13%, sopra la soglia psicologica dei 1.300 dollari l’oncia) nonostante non si sia assistito a una fiammata del carovita. Ma se è vero che da quest’anno l’inflazione riprenderà a salire, come prevede la maggior parte delle banche d’investimento, avere in portafoglio oro difenderebbe i risparmiatori dal’erosione del potere d’acquisto della moneta?

Se guardiamo al passato, scopriamo che la correlazione tra oro e inflazione funziona solo a intermittenza, dal 1975 al 2017 l’oro ha messo a segno un rialzo del 581% contro il 375% dell’inflazione. Ma è altrettanto vero che altri tipi di asset, come azioni e obbligazioni, nello stesso periodo di tempo hanno decisamente sovraperformato l’oro in termini reali, ossia depurati dall’inflazione.

Tra il gennaio 1975 e l’ottobre 2017, l’oro ha messo a segno ritorni reali medi annui dello 0,9% contro il 4,5% delle obbligazioni investment grade e l’8,4% dell’indice S&P500 total return. Tra l’altro il metallo prezioso mostra una performance inferiore ma con una volatilità annua media (19,5%) superiore a quella dello S&P500 (14,8%) e delle obbligazioni “investment grade” (6,7%): quindi con un livello di rischiosità maggiore, ma per ottenere risultati inferiori.

Persino sul piano della continuità l’oro non risulta il miglior asset per battere l’inflazione. Tra il 1979 e il 2017, considerando cicli quinquennali, il metallo giallo ha sovraperformato il carovita solo nel 45% dei casi, mentre i bond “investment grade” hanno battuto l’inflazione l’86% delle volte. In alcuni specifici periodi poi, anche molto lunghi, il metallo giallo ha nettamente sottoperformato l’inflazione. È stato il caso del ventennio 1981-2000, in cui a fronte di un raddoppio del carovita (+102%) il metallo giallo ha perso più della metà del suo valore (-54%). Chi negli anni Ottanta e Novanta avesse cercato nell’oro la polizza assicurativa contro l’erosione del proprio potere d’acquisto avrebbe decisamente fatto la mossa sbagliata, insomma, anche se va ricordato che in altri periodi (tra il 1977 e il 1980 oppure tra il 2001 e il 2012) il metallo giallo ha compiuto la sua missione di sovraperformare il carovita. Ma è un falso mito quello che l’oro rappresenti la miglior assicurazione contro l’inflazione.

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