Per i prossimi due o tre anni???? L’Oro in rialzo!!!!

A causa delle nubi che si intravedono nell’economia di diversi Paesi, le Banche Centrali sono nuovamente pronte a nuove manovre non convenzionali: molto probabilmente riprenderanno gli acquisti di asset, che non riguarderanno solo titoli di stato. Il mercato sta già reagendo a queste stime abbassando i tassi: molti sono in negativo e per questo gli operatori stanno accettando dosi di rischio più elevate. E’ infatti aumentata la duration, che spesso supera gli otto anni, arrivando in alcuni casi, anche a venti. Il quadro che si sta configurando ha stupito gli operatori, che a inizio anno si aspettavano al contrario un processo di normalizzazione. Quali rischi comporta questo nuovo scenario? L’intervento delle Banche Centrali induce a pensare di essere protetti e questo genera una potenziale distorsione nel processo di pricing: c’è insomma la percezione di un rischio più basso. In questo contesto l’oro – spesso considerato uno strumento di protezione dall’inflazione – ha registrato performance positive: è salito con inflazione bassa sia in negli Stati Uniti, sia in area Euro. Questo perché l’oro reagisce in maniera veloce alle attese di QE. Le previsioni per i prossimi 2 o 3 anni sono quindi di crescita: l’oro sarà un bene rifugio poco volatile

L’oro nelle banche centrali, riflessioni….

Mentre le prospettive dell’economia globale continuano a deteriorarsi e si alza l’asticella della conflittualità commerciale tra USA e Cina in procinto di tracimare sui mercati valutari, non dovrebbe essere sorprendente constatare che la domanda di Oro connessa alla sua funzione di bene rifugio sia in forte ripresa.

In effetti la richiesta di Oro, al netto delle fluttuazioni stagionali, è tornata a crescere nel 2018 del 5,2% a 4.655 tonnellate dopo un declino di oltre il 10% durato molti anni. Nella prima metà del 2019 la crescita tendenziale è di circa l’8%. L’aspetto interessante è che a pilotare la ripresa degli acquisti stavolta non è il settore privato, ma quello istituzionale.

 
Sono infatti le banche centrali nazionali (BCN) delle economie emergenti a guidare la corsa all’oro nel 2019. Circa 374 tonnellate sono finite nei forzieri delle BCN di Russia, Cina, Turchia per un controvalore di circa 15,7 miliardi di $. Si tratta del più grande incremento di riserve ufficiali dal 1971. La Russia è impegnata da anni in un progetto di ricostituzione delle proprie riserve auree, severamente colpite negli anni ’90 dal collasso dell’Unione Sovietica; la BCN russa in circa 10 anni ha raddoppiato gli acquisti di Oro arrivando a detenere 2.168 tonnellate, una quantità oramai vicina alle riserve di Banca d’Italia (2.450 tonnellate). Cina, India ed altre economie emergenti hanno ripreso nel 2018 i propri acquisti dopo un lungo periodo di inattività, ma partendo da livelli più bassi. Numerosi analisti ritengono che le ragioni di questa nuova corsa al metallo giallo vadano cercate nel perseguimento di una strategia geopolitica di dedollarizzazione, cioè di diversificazione delle riserve valutarie attraverso la riduzione dell’ammontare di Dollari detenuti.
Si tratta di un obiettivo realistico e soprattutto perseguibile attraverso l’accumulo di Oro? Se guardiamo ai dati da una prospettiva globale, si direbbe di no. 


Innanzitutto gli acquisti delle BCN non rappresentano una componente fondamentale della domanda globale di Oro ma nel 2019 contano solo per il 14%. Il 50% dipende dalla richiesta di gioielleria, un consumo di lusso in esplosione soprattutto in India e Cina, paesi popolosi ad alto tasso di crescita, che rappresentano di fatto il 60% del mercato. Circa un 10% dell’Oro richiesto annualmente è destinato ad usi industriali mentre il 20% è utilizzato per la produzione di lingotti e monete. Si tratta di quote consolidate che sono cambiate di poco nell’ultimo decennio.

Ciò non implica che le BCN non abbiano il potere di influenzare il mercato e quindi il prezzo attraverso vendite massicce di Oro. La pratica era piuttosto diffusa negli anni ’90 (le BCN più attive: Olanda e Belgio) e fu proprio l’esigenza di limitare questo rischio a spingere nel 1999 le principali istituzioni monetarie globali alla stipula di un accordo (il Central Bank Gold Agreement – CBGA) che regolava strettamente le quantità da immettere sul mercato a date predeterminate.

Oro, nell’Eurozona banche centrali libere di vendere riserve

Liberi tutti. A fine settembre cadrà ogni vincolo sulle vendite di oro delle banche centrali dell’Eurozona: non solo si potranno effettuare senza alcun limite, ma non dovranno nemmeno più avvenire in modo coordinato. Il Central Bank Gold Agreement (Cbga), in vigore dal 1999 e da allora sempre rinnovato con cadenza quinquennale, cesserà di esistere.

La decisione – è bene chiarirlo subito – non cambia le altre regole che governano le riserve auree e dunque non incide sul dibattito di ispirazione sovranista relativo alla proprietà dell’oro, in capo allo Stato o a Bankitalia, né sulla possibilità di vendere per ridurre il debito pubblico. Per il mercato dell’oro è comunque una svolta epocale. A dare l’annuncio è stata la Bce, firmataria degli accordi insieme ad altre 21 autorità monetarie (quelle della zona euro, più le banche centrali di Svizzera e Svezia): le istituzioni coinvolte, spiega il comunicato, «non vedono più la necessità di un accordo formale», perché negli ultimi anni il mercato dell’oro «si è sviluppato notevolmente in termini di maturità, liquidità e base di investitori».

Oro da RECORD

Inflazioni, calamità naturali, ribaltamenti politici, crisi finanziarie o economiche non incidono sul valore intrinseco e materiale dell’oro, che resta il bene rifugio primario per eccellenza.

Per bene rifugio s’intende quell’oggetto il cui valore intrinseco resta anche se cambia il contesto socio-politico in cui viene scambiato.

Un Btp, per esempio, può valere mille o zero a seconda della congettura economica; un lingotto d’oro, in qualunque angolo della Terra si vada, resta un lingotto d’oro appetibile da ogni mercato. Se poi, come accade da quasi un mese, il valore dell’oncia dell’oro resta stabile sopra i 1400 dollari le cose vanno ancora meglio. 

Da fine giugno, infatti, il metallo prezioso vive un periodo record. L’11 luglio, data storica, ha superato quota 1425 dollari l’oncia, glissando il record che restava immutato dal settembre 2013 quando raggiunse quota 1.394,11 dollari.

Torna la corsa ai beni rifugio: Oro, Oro, Oro……

La cavalcata dell’oro non si è ancora fermata. Il metallo prezioso, in rialzo di oltre il 10% nel l’ultimo mese, si è spinto vicino a 1.340 dollari l’oncia caratterizzata da una fuga dal rischio che ha premiato anche altri beni rifugio. A favorire il lingotto e altri beni rifugio ci sono anche le tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno evitato (o forse solo rimandato) un attacco militare contro l’Iran. In cima alla lista delle preoccupazioni per i mercati finanziari sembra tuttavia esserci l’andamento dell’economia globale: dazi e contro dazi hanno frenato la crescita e senza un accordo tra Usa e Cina è probabile che la situazione peggiori. Gli analisti stanno scrutando i segnali anticipatori di una possibile recessione globale e una spia rossa è stata accesa anche dal l’oro, mai così caro rispetto al rame dal 2016. Il più diffuso tra i metalli industriali, noto come Doctor Copper, è molto reattivo ai cicli economici e viene venduto quando c’è pessimismo sulla crescita. Al contrario l’oro, riserva di valore, nei periodi difficili di solito si apprezza.

Oro al top

Prosegue la corsa dell’oro, che ha raggiunto i massimi degli ultimi 14 mesi, grazie alle preoccupazioni sulla salute dell’economia cinese e alle tensioni in Medio Oriente.

L’oro, che ora ha parzialmente rallentato ed è sceso a 1.350 dollari all’oncia (+0,5%), va verso la dodicesima seduta positiva negli ultimi 13 giorni di scambi, dato che gli investitori credono che il rallentamento dell’economia mondiale finirà per danneggiare la crescita negli Stati Uniti, spingendo la Federal Reserve a tagliare i tassi d’interesse.

I mercati sono sempre più convinti che la Federal Reserve taglierà i tassi di interesse quest’anno, due se non addirittura tre volte, e la discesa del costo del denaro è uno dei fattori più favorevoli in assoluto per il metallo prezioso, che com’è noto non stacca cedole.

Altre notizie di oggi, sul fronte macroeconomico, hanno spinto le quotazioni dell’oro. L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha tagliato per la seconda volta consecutiva le previsioni di crescita della domanda di petrolio, segnalando che la decisione si deve al rallentamento generale dell’economia. La stima ora è di 1,2 milioni di barili al giorno per il 2019, cioè 100.000 in meno di quanto atteso prima (dopo il taglio di 90.000 barili un mese fa). Il primo trimestre è stato particolarmente fiacco, specie in Giappone, Europa e Usa. In ogni caso, per ora l’Aie resta ottimista sulla seconda parte dell’anno, per le prospettive di crescita e i negoziati commerciali tra Cina e Usa.

Proprio dalla Cina giungono segnali di rallentamento. La produzione industriale in Cina frena a maggio e sale del 5% annuo, a fronte del 5,4% di aprile e del 5,5% atteso degli analisti: il dato, diffuso dall’Ufficio nazionale di statistica a mercati di Borsa chiusi e con cinque ore di ritardo sulla tempistica tradizionalmente seguita, sconta le turbolenze commerciali con gli Usa e rappresenta il passo più lento dal 2002.

A spingere le quotazioni del lingotto ha contribuito anche la tensione sul caso del danneggiamento di due petroliere nel golfo dell’Oman (appena fuori il Golfo Persico), nei pressi dello strategico stretto di Hormuz: il secondo attacco a cargo petroliferi nel giro di un mese nella regione, in coincidenza con un periodo di pericoloso inasprimento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran.

Oro la Cina accumula riserve

Oro al posto di dollari. La Cina, che rischia nuovi dazi da parte degli Stati Uniti, continua ad aumentare le riserve auree con l’acquisto ad aprile di altre 61,5 milioni di once, pari a 14,9 tonnellate: l’incremento più consistente dal 2016.

La People’s Bank of China aveva ripreso ad accumulare oro lo scorso dicembre dopo una pausa di oltre due anni, unendosi a una pattuglia sempre più nutrita di banche centrali. Da allora ha comprato quasi 60 tonnellate di lingotti, ma le sue riserve auree costituiscono tuttora solo il 2,5% circa delle riserve totali, una quota molto bassa rispetto a quella di altri Paesi.

La Russia, in fuga dal dollaro, ha ormai un quinto di riserve in oro, gli Usa e la Germania – i maggiori possessori – superano il 70%, mentre in Italia la quota è del 66,1%.

Pechino ha ancora molto spazio di manovra, insomma. Ed è possibile che continui a comprare oro, soprattutto se il processo di dedollarizzazione sarà incoraggiato da un’escalation nella guerra dei dazi.

L’improvviso rischio di un fallimento delle trattative commerciali con Washington in questi giorni ha sostenuto anche in modo diretto le quotazioni dell’oro. Con le borse in caduta, che stimolano la ricerca di beni rifugio, e il rendimento dei Treasuries che martedì è caduto ai minimi da 5 anni, il metallo prezioso ha superato 1.290 dollari l’oncia, ai massimi da tre settimane, ma ha poi ripiegato a poco più di 1.280 dollari.

Acquisti di oro da parte delle banche centrali ai massimi da oltre 50 anni

L’assalto all’oro da parte delle banche centrali prosegue anche nel 2019. Dopo il boom di acquisti dell’anno scorso un record da oltre 50 anni, legato in buona parte alla diversificazione dal dollaro – il settore ufficiale nel primo trimestre ha accumulato altre 145,5 tonnellate di lingotti, l’incremento più forte dal 2013 per questo periodo dell’anno.

Nei dodici mesi fino a marzo 2019, osserva il World Gold Council (Wgc), le banche centrali nel complesso hanno aumentato le riserve auree di 715,7 tonnellate, per un valore di quasi 30 miliardi di dollari.

A trainare gli acquisti di oro è stata ancora una volta la Russia, con 55,3 tonnellate tra gennaio e marzo, che hanno portato le sue riserve auree a 2.168,3 tonnellate. L’oro costituisce ormai il 19% delle riserve della banca centrale russa. La quota in dollari viceversa è crollata, riducendosi al 22% a fine 2018 secondo Bank of America Merrill Lynch, dal 46% di metà 2017.

L’abbandono del biglietto verde è deliberato e destinato a proseguire. Sergey Shvetsov, vice governatore della banca centrale russa, il mese scorso ha affermato che è necessario «aumentare ancora di più le riserve in oro» di fronte al «persistente rischio di sanzioni» da parte degli Stati Uniti.

Anche la Cina, impegnata in una guerra dei dazi con gli Usa, ha accumulato altre 33 tonnellate di oro nel primo trimestre, dopo che era tornata ad acquistare a dicembre 2018 dopo una pausa di oltre due anni.

L’India è un altro nuovo acquirente, che promette di non essere occasionale. La banca centrale – tornata sul mercato dopo 9 anni nel 2018, con un incremento di 42 tonnellate – ha comprato altre 8,4 tonnellate tra gennaio e marzo. Probabilmente non è una coincidenza che Donald Trump abbia cominciato di recente a minacciare anche New Delhi sul fronte degli scambi commerciali.

Sempre nel primo trimestre il Wgc segnala acquisti di oro significativi anche da parte di altri Paesi: oltre ai “soliti” Kazkhstan e Turchia, ci sono anche l’Ecuador (per la prima volta dal 2014), il Qatar e la Colombia.

L’accumulo di riserve auree si è confermato uno dei principali fattori di traino per la domanda di oro, che nel trimestre è cresciuta del 7% a 1.053 tonnellate. L’altro “motore” è stato quello degli investimenti, con un aumento dei flussi verso Etf e prodotti analoghi del 49% (40,3 tonnellate), in gran parte concentrato in Gran Bretagna, probabilmente per le inquietudini legate alla Brexit.

A dare il colpo di grazia è stata la Federal Reserve, o meglio i commenti del governatore Jerome Powell, che ha escluso qualsiasi variazione dei tassi nei prossimi mesi.

I 5 paesi con le più grandi riserve auree del mondo

I 5 paesi con le più grandi riserve auree del mondo

Il World Gold Council ha pubblicato un  rapporto  sulle disponibilità e flussi globali di fondi di investimento sostenuti da oro. I dati esposti hanno rivelato che gli Stati Uniti sono alla guida dei paesi con le maggiori riserve di questo metallo prezioso, seguito da Germania, Italia, Francia e Russia. In precedenza, l’organizzazione ha annunciato che la proprietà dell’oro da parte delle autorità monetarie è al suo livello più alto in 50 anni e ha sottolineato che lo scorso anno le banche centrali hanno aggiunto circa 651 tonnellate di oro alle riserve, vale a dire un 74 % in più.

5. Russia

Il paese più grande del mondo ha  quadruplicato il suo volume di lingotti d’oro in un decennio, raggiungendo il livello più alto dal 2000: quasi il 20% delle riserve internazionali. La Russia ha rimosso la Cina dalla lista dei cinque principali detentori di oro, e l’anno precedente è diventata il principale acquirente mondiale, accumulando 2.149 tonnellate.

4. Francia

Da parte sua, la Francia ha 2.518 tonnellate del metallo prezioso, che rappresentano circa il 60% di tutte le riserve estere del Paese

3. Italia

Con 2.534 tonnellate di oro nelle sue casse, l’Italia è al terzo posto nelle classifiche. L’importo rappresenta quasi il 70% delle riserve estere della nazione. Secondo la politica economica del paese europeo, l’oro è l’investimento più sicuro in periodi di turbolenza economica e una salvaguardia contro la volatilità del dollaro statunitense.

2. Germania

La Banca centrale tedesca ha attualmente 3.483 tonnellate di oro, che rappresentano oltre il 70% delle sue riserve estere. Questo paese ha cercato di rimpatriare oltre 600 tonnellate di oro conservato dalla Banca di Francia e dalla Federal Reserve Bank degli Stati Uniti, il cui processo dovrebbe concludersi nel 2020.

1. USA

Secondo il rapporto, Washington ha le più grandi riserve auree del mondo, con 8.407 tonnellate. Questa cifra rappresenta il 75% delle sue riserve internazionali.

Balzo dell’oro grazie alla Brexit

La bocciatura dell’accordo sulla Brexit ha fatto salire il prezzo dell’oro che supera ancora una volta la soglia psicologica dei 1.300 dollari l’oncia.

La Brexit spinge al rialzo il prezzo dell’oro. Le quotazioni del metallo prezioso stanno viaggiando oltre la soglia psicologica dei 1.300 dollari l’oncia. Le incertezze legate al percorso che intraprenderà il Regno Unito per dire addio all’Unione Europea dopo la bocciatura dell’accordo da parte del Parlamento britannico, stanno facendo lievitare il prezzo del bene rifugio per eccellenza.

Intanto sul piano politico, i tempi stringono e l’ipotesi di un’uscita dall’Ue senza accordo sembra essere sempre più concreta.

Il prezzo dell’oro sale grazie alla Brexit

Ieri sera il Parlamento britannico ha respinto l’accordo presentato da Theresa May per un’uscita dall’Ue concordata con Bruxelles. La circostanza ha smosso i mercati e il prezzo dell’oro in particolare ha iniziato una vertiginosa salita.

Dopo aver già superato la soglia piscologica dei 1.300 dollari l’oncia nella sessione precedente – quando aveva beneficiato anche di un dollaro piuttosto debole – oggi L’oro sta viaggiando al rialzo e al momento della scrittura il prezzo è pari a 1.308,4 l’oncia con un guadagno dello 0,52%.

Evidentemente, molti investitori stanno optando per investimenti sicuri – e l’oro è il bene rifugio per eccellenza – in un contesto economico legato a numerose variabili, tra cui appunto la risoluzione della Brexit.

Verso una Brexit no deal?

Come detto, il prezzo dell’oro è tornato a salire grazie alla Brexit, o meglio dopo che il Parlamento britannico ha detto nuovamente no all’accordo del primo ministro Theresa May a pochi giorni dalla data clou del 29 marzo: 391 voti contrari verso 242 voti a favore.

Cosa succederà ora, è difficile dirlo. La scadenza per l’uscita del Regno Unito dall’Ue si avvicina e senza il via libera all’accordo non resterebbe che una Brexit dura.

Se Londra deciderà per una Brexit no deal, l’oro sarà sorvegliato speciale.

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